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	<title>Commenti per As I please</title>
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	<description>Per vedere cosa c&#039;è sotto il proprio naso occorre un grande sforzo. (G.Orwell)</description>
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		<title>Commenti su Catastro&#239;ka di Dott.Ing. Mauro Miccolis</title>
		<link>http://miccolismauro.wordpress.com/2012/06/23/catastroka/#comment-1155</link>
		<dc:creator><![CDATA[Dott.Ing. Mauro Miccolis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 May 2013 13:08:22 +0000</pubDate>
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		<title>Commenti su Sassoon il nuovo padrone di Parma di Grillo &#8211; Casaleggio &#8211; Democrazia diretta &#38; Lobby &#124; As I please</title>
		<link>http://miccolismauro.wordpress.com/2012/06/10/sasson-il-nuovo-padrone-di-parma/#comment-1154</link>
		<dc:creator><![CDATA[Grillo &#8211; Casaleggio &#8211; Democrazia diretta &#38; Lobby &#124; As I please]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 May 2013 18:42:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[[&#8230;] Casaleggio Associati viene fondata il 22 Gennaio 2004 da Enrico Sassoon, Gianroberto Casaleggio, Luca Eleuteri, Davide Casaleggio e Mario [&#8230;]]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[&#8230;] Casaleggio Associati viene fondata il 22 Gennaio 2004 da Enrico Sassoon, Gianroberto Casaleggio, Luca Eleuteri, Davide Casaleggio e Mario [&#8230;]</p>
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		<title>Commenti su Il Giappone è vicino al default? I numeri che smentiscono Zingales di http://www.Enewhope.org/index.php/member/121852/</title>
		<link>http://miccolismauro.wordpress.com/2012/11/19/il-giappone-e-vicino-al-default-i-numeri-che-smentiscono-zingales/#comment-1152</link>
		<dc:creator><![CDATA[http://www.Enewhope.org/index.php/member/121852/]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 May 2013 09:43:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[tych psich oczach, na martwej siatkówce http://www.

Enewhope.org/index.php/member/121852/ odbił się film
przygiętych sylwetek w ciemnoszarych, zlewających się z mrokiem kombinezonach.

Na bezgłośny proroctwo sylwetki odskoczyły od czasu przejścia, przylgnęły do muru.

Do pełna był dziwnie głuchy, kiedy kierunkowe ładunki przecinały zawiasy.
Pancerne
przejścia nieco drgnęły, pomimo tego nie poodpryskiwały ze stalowej 
futryny, do tej pory przytrzymywane
ryglami, Dop.]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>tych psich oczach, na martwej siatkówce <a href="http://www" rel="nofollow">http://www</a>.</p>
<p>Enewhope.org/index.php/member/121852/ odbił się film<br />
przygiętych sylwetek w ciemnoszarych, zlewających się z mrokiem kombinezonach.</p>
<p>Na bezgłośny proroctwo sylwetki odskoczyły od czasu przejścia, przylgnęły do muru.</p>
<p>Do pełna był dziwnie głuchy, kiedy kierunkowe ładunki przecinały zawiasy.<br />
Pancerne<br />
przejścia nieco drgnęły, pomimo tego nie poodpryskiwały ze stalowej<br />
futryny, do tej pory przytrzymywane<br />
ryglami, Dop.</p>
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		<title>Commenti su Ladri di Alto Bordo, Saccheggiano l&#8217;Italia di Dott.Ing. Mauro Miccolis</title>
		<link>http://miccolismauro.wordpress.com/2012/08/15/ladri-di-alto-bordo-saccheggiano-litalia/#comment-1132</link>
		<dc:creator><![CDATA[Dott.Ing. Mauro Miccolis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 May 2013 09:15:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[http://www.libreidee.org/2013/05/italia-potenza-scomoda-dovevamo-morire-ecco-come/?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=twitter&amp;utm_campaign=twitter+%28LIBRE+-+associazione+di+idee%29

Il primo colpo storico contro l’Italia lo mette a segno Carlo Azeglio Ciampi, futuro presidente della Repubblica, incalzato dall’allora ministro Beniamino Andreatta, maestro di Enrico Letta e “nonno” della Grande Privatizzazione che ha smantellato l’industria statale italiana, temutissima da Germania e Francia. E’ il 1981: Andreatta propone di sganciare la Banca d’Italia dal Tesoro, e Ciampi esegue. Obiettivo: impedire alla banca centrale di continuare a finanziare lo Stato, come fanno le altre banche centrali sovrane del mondo, a cominciare da quella inglese. Il secondo colpo, quello del ko, arriva otto anno dopo, quando crolla il Muro di Berlino. La Germania si gioca la riunificazione, a spese della sopravvivenza dell’Italia come potenza industriale: ricattati dai francesi, per riconquistare l’Est i tedeschi accettano di rinunciare al marco e aderire all’euro, a patto che il nuovo assetto europeo elimini dalla scena il loro concorrente più pericoloso: noi. A Roma non mancano complici: pur di togliere il potere sovrano dalle mani della “casta” corrotta della Prima Repubblica, c’è chi è pronto a sacrificare l’Italia all’Europa “tedesca”, naturalmente all’insaputa degli italiani.

E’ la drammatica ricostruzione che Nino Galloni, già docente universitario, manager pubblico e alto dirigente di Stato, fornisce a Claudio Messora per il blog “Byoblu”. All’epoca, nel fatidico 1989, Galloni era consulente del governo su invito dell’eterno Giulio Andreotti, il primo statista europeo che ebbe la prontezza di affermare di temere la riunificazione tedesca. Non era “provincialismo storico”: Andreotti era al corrente del piano contro l’Italia e tentò di opporvisi, fin che potè. Poi a Roma arrivò una telefonata del cancelliere Helmut Kohl, che si lamentò col ministro Guido Carli: qualcuno “remava contro” il piano franco-tedesco. Galloni si era appena scontrato con Mario Monti alla Bocconi e il suo gruppo aveva ricevuto pressioni da Bankitalia, dalla Fondazione Agnelli e da Confindustria. La telefonata di Kohl fu decisiva per indurre il governo a metterlo fuori gioco. «Ottenni dal ministro la verità», racconta l’ex super-consulente, ridottosi a comunicare con l’aiuto di pezzi di carta perché il ministro «temeva ci fossero dei microfoni». Sul “pizzino”, scrisse la domanda decisiva: “Ci sono state pressioni anche dalla Germania sul ministro Carli perché io smetta di fare quello che stiamo facendo?”. Eccome: «Lui mi fece di sì con la testa».

Questa, riassume Galloni, è l’origine della “inspiegabile” tragedia nazionale nella quale stiamo sprofondando. I super-poteri egemonici, prima atlantici e poi europei, hanno sempre temuto l’Italia. Lo dimostrano due episodi chiave. Il primo è l’omicidio di Enrico Mattei, stratega del boom industriale italiano grazie alla leva energetica propiziata dalla sua politica filo-araba, in competizione con le “Sette Sorelle”. E il secondo è l’eliminazione di Aldo Moro, l’uomo del compromesso storico col Pci di Berlinguer assassinato dalle “seconde Br”: non più l’organizzazione eversiva fondata da Renato Curcio ma le Br di Mario Moretti, «fortemente collegate con i servizi, con deviazioni dei servizi, con i servizi americani e israeliani». Il leader della Dc era nel mirino di killer molto più potenti dei neo-brigatisti: «Kissinger gliel’aveva giurata, aveva minacciato Moro di morte poco tempo prima». Tragico preambolo, la strana uccisione di Pier Paolo Pasolini, che nel romanzo “Petrolio” aveva denunciato i mandanti dell’omicidio Mattei, a lungo presentato come incidente aereo. Recenti inchieste collegano alla morte del fondatore dell’Eni quella del giornalista siciliano Mauro De Mauro. Probabilmente, De Mauro aveva scoperto una pista “francese”: agenti dell’ex Oas inquadrati dalla Cia nell’organizzazione terroristica “Stay Behind” (in Italia, “Gladio”) avrebbero sabotato l’aereo di Mattei con l’aiuto di manovalanza mafiosa. Poi, su tutto, a congelare la democrazia italiana avrebbe provveduto la strategia della tensione, quella delle stragi nelle piazze.

Alla fine degli anni ‘80, la vera partita dietro le quinte è la liquidazione definitiva dell’Italia come competitor strategico: Ciampi, Andreatta e De Mita, secondo Galloni, lavorano per cedere la sovranità nazionale pur di sottrarre potere alla classe politica più corrotta d’Europa. Col divorzio tra Bankitalia e Tesoro, per la prima volta il paese è in crisi finanziaria: prima, infatti, era la Banca d’Italia a fare da “prestatrice di ultima istanza” comprando titoli di Stato e, di fatto, emettendo moneta destinata all’investimento pubblico. Chiuso il rubinetto della lira, la situazione precipita: con l’impennarsi degli interessi (da pagare a quel punto ai nuovi “investitori” privati) il debito pubblico esploderà fino a superare il Pil. Non è un “problema”, ma esattamente l’obiettivo voluto: mettere in crisi lo Stato, disabilitando la sua funzione strategica di spesa pubblica a costo zero per i cittadini, a favore dell’industria e dell’occupazione. Degli investimenti pubblici da colpire, «la componente più importante era sicuramente quella riguardante le partecipazioni statali, l’energia e i trasporti, dove l’Italia stava primeggiando a livello mondiale».

Al piano anti-italiano partecipa anche la grande industria privata, a partire dalla Fiat, che di colpo smette di investire nella produzione e preferisce comprare titoli di Stato: da quando la Banca d’Italia non li acquista più, i tassi sono saliti e la finanza pubblica si trasforma in un ghiottissimo business privato. L’industria passa in secondo piano e – da lì in poi – dovrà costare il meno possibile. «In quegli anni la Confindustria era solo presa dall’idea di introdurre forme di flessibilizzazione sempre più forti, che poi avrebbero prodotto la precarizzazione». Aumentare i profitti: «Una visione poco profonda di quello che è lo sviluppo industriale». Risultato: «Perdita di valore delle imprese, perché le imprese acquistano valore se hanno prospettive di profitto». Dati che parlano da soli. E spiegano tutto: «Negli anni ’80 – racconta Galloni – feci una ricerca che dimostrava che i 50 gruppi più importanti pubblici e i 50 gruppi più importanti privati facevano la stessa politica, cioè investivano la metà dei loro profitti non in attività produttive ma nell’acquisto di titoli di Stato, per la semplice ragione che i titoli di Stato italiani rendevano tantissimo e quindi si guadagnava di più facendo investimenti finanziari invece che facendo investimenti produttivi. Questo è stato l’inizio della nostra deindustrializzazione».

Alla caduta del Muro, il potenziale italiano è già duramente compromesso dal sabotaggio della finanza pubblica, ma non tutto è perduto: il nostro paese – “promosso” nel club del G7 – era ancora in una posizione di dominio nel panorama manifatturiero internazionale. Eravamo ancora «qualcosa di grosso dal punto di vista industriale e manifatturiero», ricorda Galloni: «Bastavano alcuni interventi, bisognava riprendere degli investimenti pubblici». E invece, si corre nella direzione opposta: con le grandi privatizzazioni strategiche, negli anni ’90 «quasi scompare la nostra industria a partecipazione statale», il “motore” di sviluppo tanto temuto da tedeschi e francesi. Deindustrializzazione: «Significa che non si fanno più politiche industriali». Galloni cita Pierluigi Bersani: quando era ministro dell’industria «teorizzò che le strategie industriali non servivano». Si avvicinava la fine dell’Iri, gestita da Prodi in collaborazione col solito Andreatta e Giuliano Amato. Lo smembramento di un colosso mondiale: Finsider-Ilva, Finmeccanica, Fincantieri, Italstat, Stet e Telecom, Alfa Romeo, Alitalia, Sme (alimentare), nonché la Banca Commerciale Italiana, il Banco di Roma, il Credito Italiano.

Le banche, altro passaggio decisivo: con la fine del “Glass-Steagall Act” nasce la “banca universale”, cioè si consente alle banche di occuparsi di meno del credito all’economia reale, e le si autorizza a concentrarsi sulle attività finanziarie peculative. Denaro ricavato da denaro, con scommesse a rischio sulla perdita. E’ il preludio al disastro planetario di oggi. In confronto, dice Galloni, i debiti pubblici sono bruscolini: nel caso delle perdite delle banche stiamo parlando di tre-quattromila trilioni. Un trilione sono mille miliardi: «Grandezze stratosferiche», pari a 6 volte il Pil mondiale. «Sono cose spaventose». La frana è cominciata nel 2001, con il crollo della new-economy digitale e la fuga della finanza che l’aveva sostenuta, puntando sul boom dell’e-commerce. Per sostenere gli investitori, le banche allora si tuffano nel mercato-truffa dei derivati: raccolgono denaro per garantire i rendimenti, ma senza copertura per gli ultimi sottoscrittori della “catena di Sant’Antonio”, tenuti buoni con la storiella della “fiducia” nell’imminente “ripresa”, sempre data per certa, ogni tre mesi, da «centri studi, economisti, osservatori, studiosi e ricercatori, tutti sui loro libri paga».

Quindi, aggiunge Galloni, siamo andati avanti per anni con queste operazioni di derivazione e con l’emissione di altri titoli tossici. Finché nel 2007 si è scoperto che il sistema bancario era saltato: nessuna banca prestava liquidità all’altra, sapendo che l’altra faceva le stesse cose, cioè speculazioni in perdita. Per la prima volta, spiega Galloni, la massa dei valori persi dalle banche sui mercati finanziari superava la somma che l’economia reale – famiglie e imprese, più la stessa mafia – riusciva ad immettere nel sistema bancario. «Di qui la crisi di liquidità, che deriva da questo: le perdite superavano i depositi e i conti correnti». Come sappiamo, la falla è stata provvisoriamente tamponata dalla Fed, che dal 2008 al 2011 ha trasferito nelle banche – americane ed europee – qualcosa come 17.000 miliardi di dollari, cioè «più del Pil americano e più di tutto il debito pubblico americano».

Va nella stessa direzione – liquidità per le sole banche, non per gli Stati – il “quantitative easing” della Bce di Draghi, che ovviamente non risolve la crisi economica perché «chi è ai vertici delle banche, e lo abbiamo visto anche al Monte dei Paschi, guadagna sulle perdite». Il profitto non deriva dalle performance economiche, come sarebbe logico, ma dal numero delle operazioni finanziarie speculative: «Questa gente si porta a casa i 50, i 60 milioni di dollari e di euro, scompare nei paradisi fiscali e poi le banche possono andare a ramengo». Non falliscono solo perché poi le banche centrali, controllate dalle stesse banche-canaglia, le riforniscono di nuova liquidità. A monte: a soffrire è l’intero sistema-Italia, da quando – nel lontano 1981 – la finanzia pubblica è stata “disabilitata” col divorzio tra Tesoro e Bankitalia. Un percorso suicida, completato in modo disastroso dalla tragedia finale dell’ingresso nell’Eurozona, che toglie allo Stato la moneta ma anche il potere sovrano della spesa pubblica, attraverso dispositivi come il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio.

Per l’Europa “lacrime e sangue”, il risanamento dei conti pubblici viene prima dello sviluppo. «Questa strada si sa che è impossibile, perché tu non puoi fare il pareggio di bilancio o perseguire obiettivi ancora più ambiziosi se non c’è la ripresa». E in piena recessione, ridurre la spesa pubblica significa solo arrivare alla depressione irreversibile. Vie d’uscita? Archiviare subito gli specialisti del disastro – da Angela Merkel a Mario Monti – ribaltando la politica europea: bisogna tornare alla sovranità monetaria, dice Galloni, e cancellare il debito pubblico come problema. Basta puntare sulla ricchezza nazionale, che vale 10 volte il Pil. Non è vero che non riusciremmo a ripagarlo, il debito. Il problema è che il debito, semplicemente, non va ripagato: «L’importante è ridurre i tassi di interesse», che devono essere «più bassi dei tassi di crescita». A quel punto, il debito non è più un problema: «Questo è il modo sano di affrontare il tema del debito pubblico». A meno che, ovviamente, non si proceda come in Grecia, dove «per 300 miseri miliardi di euro» se ne sono persi 3.000 nelle Borse europee, gettando sul lastrico il popolo greco.

Domanda: «Questa gente si rende conto che agisce non solo contro la Grecia ma anche contro gli altri popoli e paesi europei? Chi comanda effettivamente in questa Europa se ne rende conto?». Oppure, conclude Galloni, vogliono davvero «raggiungere una sorta di asservimento dei popoli, di perdita ulteriore di sovranità degli Stati» per obiettivi inconfessabili, come avvenuto in Italia: privatizzazioni a prezzi stracciati, depredazione del patrimonio nazionale, conquista di guadagni senza lavoro. Un piano criminale: il grande complotto dell’élite mondiale. «Bilderberg, Britannia, il Gruppo dei 30, dei 10, gli “Illuminati di Baviera”: sono tutte cose vere», ammette l’ex consulente di Andreotti. «Gente che si riunisce, come certi club massonici, e decide delle cose». Ma il problema vero è che «non trovano resistenza da parte degli Stati». L’obiettivo è sempre lo stesso: «Togliere di mezzo gli Stati nazionali allo scopo di poter aumentare il potere di tutto ciò che è sovranazionale, multinazionale e internazionale». Gli Stati sono stati indeboliti e poi addirittura infiltrati, con la penetrazione nei governi da parte dei super-lobbysti, dal Bilderberg agli “Illuminati”. «Negli Usa c’era la “Confraternita dei Teschi”, di cui facevano parte i Bush, padre e figlio, che sono diventati presidenti degli Stati Uniti: è chiaro che, dopo, questa gente risponde a questi gruppi che li hanno agevolati nella loro ascesa».

Non abbiamo amici. L’America avrebbe inutilmente cercato nell’Italia una sponda forte dopo la caduta del Muro, prima di dare via libera (con Clinton) allo strapotere di Wall Street. Dall’omicidio di Kennedy, secondo Galloni, gli Usa «sono sempre più risultati preda dei britannici», che hanno interesse «ad aumentare i conflitti, il disordine», mentre la componente “ambientalista”, più vicina alla Corona, punta «a una riduzione drastica della popolazione del pianeta» e quindi ostacola lo sviluppo, di cui l’Italia è stata una straordinaria protagonista. L’odiata Germania? Non diventerà mai leader, aggiunge Galloni, se non accetterà di importare più di quanto esporta. Unico futuro possibile: la Cina, ora che Pechino ha ribaltato il suo orizzonte, preferendo il mercato interno a quello dell’export. L’Italia potrebbe cedere ai cinesi interi settori della propria manifattura, puntando ad affermare il made in Italy d’eccellenza in quel mercato, 60 volte più grande. Armi strategiche potenziali: il settore della green economy e quello della trasformazione dei rifiuti, grazie a brevetti di peso mondiale come quelli detenuti da Ansaldo e Italgas.

Prima, però, bisogna mandare casa i sicari dell’Italia – da Monti alla Merkel – e rivoluzionare l’Europa, tornando alla necessaria sovranità monetaria. Senza dimenticare che le controriforme suicide di stampo neoliberista che hanno azzoppato il paese sono state subite in silenzio anche dalle organizzazioni sindacali. Meno moneta circolante e salari più bassi per contenere l’inflazione? Falso: gli Usa hanno appena creato trilioni di dollari dal nulla, senza generare spinte inflattive. Eppure, anche i sindacati sono stati attratti «in un’area di consenso per quelle riforme sbagliate che si sono fatte a partire dal 1981». Passo fondamentale, da attuare subito: una riforma della finanza, pubblica e privata, che torni a sostenere l’economia. Stop al dominio antidemocratico di Bruxelles, funzionale solo alle multinazionali globalizzate. Attenzione: la scelta della Cina di puntare sul mercato interno può essere l’inizio della fine della globalizzazione, che è «il sistema che premia il produttore peggiore, quello che paga di meno il lavoro, quello che fa lavorare i bambini, quello che non rispetta l’ambiente né la salute». E naturalmente, prima di tutto serve il ritorno in campo, immediato, della vittima numero uno: lo Stato democratico sovrano. Imperativo categorico: sovranità finanziaria per sostenere la spesa pubblica, senza la quale il paese muore. «A me interessa che ci siano spese in disavanzo – insiste Galloni – perché se c’è crisi, se c’è disoccupazione, puntare al pareggio di bilancio è un crimine».]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.libreidee.org/2013/05/italia-potenza-scomoda-dovevamo-morire-ecco-come/?utm_source=feedburner&#038;utm_medium=twitter&#038;utm_campaign=twitter+%28LIBRE+-+associazione+di+idee%29" rel="nofollow">http://www.libreidee.org/2013/05/italia-potenza-scomoda-dovevamo-morire-ecco-come/?utm_source=feedburner&#038;utm_medium=twitter&#038;utm_campaign=twitter+%28LIBRE+-+associazione+di+idee%29</a></p>
<p>Il primo colpo storico contro l’Italia lo mette a segno Carlo Azeglio Ciampi, futuro presidente della Repubblica, incalzato dall’allora ministro Beniamino Andreatta, maestro di Enrico Letta e “nonno” della Grande Privatizzazione che ha smantellato l’industria statale italiana, temutissima da Germania e Francia. E’ il 1981: Andreatta propone di sganciare la Banca d’Italia dal Tesoro, e Ciampi esegue. Obiettivo: impedire alla banca centrale di continuare a finanziare lo Stato, come fanno le altre banche centrali sovrane del mondo, a cominciare da quella inglese. Il secondo colpo, quello del ko, arriva otto anno dopo, quando crolla il Muro di Berlino. La Germania si gioca la riunificazione, a spese della sopravvivenza dell’Italia come potenza industriale: ricattati dai francesi, per riconquistare l’Est i tedeschi accettano di rinunciare al marco e aderire all’euro, a patto che il nuovo assetto europeo elimini dalla scena il loro concorrente più pericoloso: noi. A Roma non mancano complici: pur di togliere il potere sovrano dalle mani della “casta” corrotta della Prima Repubblica, c’è chi è pronto a sacrificare l’Italia all’Europa “tedesca”, naturalmente all’insaputa degli italiani.</p>
<p>E’ la drammatica ricostruzione che Nino Galloni, già docente universitario, manager pubblico e alto dirigente di Stato, fornisce a Claudio Messora per il blog “Byoblu”. All’epoca, nel fatidico 1989, Galloni era consulente del governo su invito dell’eterno Giulio Andreotti, il primo statista europeo che ebbe la prontezza di affermare di temere la riunificazione tedesca. Non era “provincialismo storico”: Andreotti era al corrente del piano contro l’Italia e tentò di opporvisi, fin che potè. Poi a Roma arrivò una telefonata del cancelliere Helmut Kohl, che si lamentò col ministro Guido Carli: qualcuno “remava contro” il piano franco-tedesco. Galloni si era appena scontrato con Mario Monti alla Bocconi e il suo gruppo aveva ricevuto pressioni da Bankitalia, dalla Fondazione Agnelli e da Confindustria. La telefonata di Kohl fu decisiva per indurre il governo a metterlo fuori gioco. «Ottenni dal ministro la verità», racconta l’ex super-consulente, ridottosi a comunicare con l’aiuto di pezzi di carta perché il ministro «temeva ci fossero dei microfoni». Sul “pizzino”, scrisse la domanda decisiva: “Ci sono state pressioni anche dalla Germania sul ministro Carli perché io smetta di fare quello che stiamo facendo?”. Eccome: «Lui mi fece di sì con la testa».</p>
<p>Questa, riassume Galloni, è l’origine della “inspiegabile” tragedia nazionale nella quale stiamo sprofondando. I super-poteri egemonici, prima atlantici e poi europei, hanno sempre temuto l’Italia. Lo dimostrano due episodi chiave. Il primo è l’omicidio di Enrico Mattei, stratega del boom industriale italiano grazie alla leva energetica propiziata dalla sua politica filo-araba, in competizione con le “Sette Sorelle”. E il secondo è l’eliminazione di Aldo Moro, l’uomo del compromesso storico col Pci di Berlinguer assassinato dalle “seconde Br”: non più l’organizzazione eversiva fondata da Renato Curcio ma le Br di Mario Moretti, «fortemente collegate con i servizi, con deviazioni dei servizi, con i servizi americani e israeliani». Il leader della Dc era nel mirino di killer molto più potenti dei neo-brigatisti: «Kissinger gliel’aveva giurata, aveva minacciato Moro di morte poco tempo prima». Tragico preambolo, la strana uccisione di Pier Paolo Pasolini, che nel romanzo “Petrolio” aveva denunciato i mandanti dell’omicidio Mattei, a lungo presentato come incidente aereo. Recenti inchieste collegano alla morte del fondatore dell’Eni quella del giornalista siciliano Mauro De Mauro. Probabilmente, De Mauro aveva scoperto una pista “francese”: agenti dell’ex Oas inquadrati dalla Cia nell’organizzazione terroristica “Stay Behind” (in Italia, “Gladio”) avrebbero sabotato l’aereo di Mattei con l’aiuto di manovalanza mafiosa. Poi, su tutto, a congelare la democrazia italiana avrebbe provveduto la strategia della tensione, quella delle stragi nelle piazze.</p>
<p>Alla fine degli anni ‘80, la vera partita dietro le quinte è la liquidazione definitiva dell’Italia come competitor strategico: Ciampi, Andreatta e De Mita, secondo Galloni, lavorano per cedere la sovranità nazionale pur di sottrarre potere alla classe politica più corrotta d’Europa. Col divorzio tra Bankitalia e Tesoro, per la prima volta il paese è in crisi finanziaria: prima, infatti, era la Banca d’Italia a fare da “prestatrice di ultima istanza” comprando titoli di Stato e, di fatto, emettendo moneta destinata all’investimento pubblico. Chiuso il rubinetto della lira, la situazione precipita: con l’impennarsi degli interessi (da pagare a quel punto ai nuovi “investitori” privati) il debito pubblico esploderà fino a superare il Pil. Non è un “problema”, ma esattamente l’obiettivo voluto: mettere in crisi lo Stato, disabilitando la sua funzione strategica di spesa pubblica a costo zero per i cittadini, a favore dell’industria e dell’occupazione. Degli investimenti pubblici da colpire, «la componente più importante era sicuramente quella riguardante le partecipazioni statali, l’energia e i trasporti, dove l’Italia stava primeggiando a livello mondiale».</p>
<p>Al piano anti-italiano partecipa anche la grande industria privata, a partire dalla Fiat, che di colpo smette di investire nella produzione e preferisce comprare titoli di Stato: da quando la Banca d’Italia non li acquista più, i tassi sono saliti e la finanza pubblica si trasforma in un ghiottissimo business privato. L’industria passa in secondo piano e – da lì in poi – dovrà costare il meno possibile. «In quegli anni la Confindustria era solo presa dall’idea di introdurre forme di flessibilizzazione sempre più forti, che poi avrebbero prodotto la precarizzazione». Aumentare i profitti: «Una visione poco profonda di quello che è lo sviluppo industriale». Risultato: «Perdita di valore delle imprese, perché le imprese acquistano valore se hanno prospettive di profitto». Dati che parlano da soli. E spiegano tutto: «Negli anni ’80 – racconta Galloni – feci una ricerca che dimostrava che i 50 gruppi più importanti pubblici e i 50 gruppi più importanti privati facevano la stessa politica, cioè investivano la metà dei loro profitti non in attività produttive ma nell’acquisto di titoli di Stato, per la semplice ragione che i titoli di Stato italiani rendevano tantissimo e quindi si guadagnava di più facendo investimenti finanziari invece che facendo investimenti produttivi. Questo è stato l’inizio della nostra deindustrializzazione».</p>
<p>Alla caduta del Muro, il potenziale italiano è già duramente compromesso dal sabotaggio della finanza pubblica, ma non tutto è perduto: il nostro paese – “promosso” nel club del G7 – era ancora in una posizione di dominio nel panorama manifatturiero internazionale. Eravamo ancora «qualcosa di grosso dal punto di vista industriale e manifatturiero», ricorda Galloni: «Bastavano alcuni interventi, bisognava riprendere degli investimenti pubblici». E invece, si corre nella direzione opposta: con le grandi privatizzazioni strategiche, negli anni ’90 «quasi scompare la nostra industria a partecipazione statale», il “motore” di sviluppo tanto temuto da tedeschi e francesi. Deindustrializzazione: «Significa che non si fanno più politiche industriali». Galloni cita Pierluigi Bersani: quando era ministro dell’industria «teorizzò che le strategie industriali non servivano». Si avvicinava la fine dell’Iri, gestita da Prodi in collaborazione col solito Andreatta e Giuliano Amato. Lo smembramento di un colosso mondiale: Finsider-Ilva, Finmeccanica, Fincantieri, Italstat, Stet e Telecom, Alfa Romeo, Alitalia, Sme (alimentare), nonché la Banca Commerciale Italiana, il Banco di Roma, il Credito Italiano.</p>
<p>Le banche, altro passaggio decisivo: con la fine del “Glass-Steagall Act” nasce la “banca universale”, cioè si consente alle banche di occuparsi di meno del credito all’economia reale, e le si autorizza a concentrarsi sulle attività finanziarie peculative. Denaro ricavato da denaro, con scommesse a rischio sulla perdita. E’ il preludio al disastro planetario di oggi. In confronto, dice Galloni, i debiti pubblici sono bruscolini: nel caso delle perdite delle banche stiamo parlando di tre-quattromila trilioni. Un trilione sono mille miliardi: «Grandezze stratosferiche», pari a 6 volte il Pil mondiale. «Sono cose spaventose». La frana è cominciata nel 2001, con il crollo della new-economy digitale e la fuga della finanza che l’aveva sostenuta, puntando sul boom dell’e-commerce. Per sostenere gli investitori, le banche allora si tuffano nel mercato-truffa dei derivati: raccolgono denaro per garantire i rendimenti, ma senza copertura per gli ultimi sottoscrittori della “catena di Sant’Antonio”, tenuti buoni con la storiella della “fiducia” nell’imminente “ripresa”, sempre data per certa, ogni tre mesi, da «centri studi, economisti, osservatori, studiosi e ricercatori, tutti sui loro libri paga».</p>
<p>Quindi, aggiunge Galloni, siamo andati avanti per anni con queste operazioni di derivazione e con l’emissione di altri titoli tossici. Finché nel 2007 si è scoperto che il sistema bancario era saltato: nessuna banca prestava liquidità all’altra, sapendo che l’altra faceva le stesse cose, cioè speculazioni in perdita. Per la prima volta, spiega Galloni, la massa dei valori persi dalle banche sui mercati finanziari superava la somma che l’economia reale – famiglie e imprese, più la stessa mafia – riusciva ad immettere nel sistema bancario. «Di qui la crisi di liquidità, che deriva da questo: le perdite superavano i depositi e i conti correnti». Come sappiamo, la falla è stata provvisoriamente tamponata dalla Fed, che dal 2008 al 2011 ha trasferito nelle banche – americane ed europee – qualcosa come 17.000 miliardi di dollari, cioè «più del Pil americano e più di tutto il debito pubblico americano».</p>
<p>Va nella stessa direzione – liquidità per le sole banche, non per gli Stati – il “quantitative easing” della Bce di Draghi, che ovviamente non risolve la crisi economica perché «chi è ai vertici delle banche, e lo abbiamo visto anche al Monte dei Paschi, guadagna sulle perdite». Il profitto non deriva dalle performance economiche, come sarebbe logico, ma dal numero delle operazioni finanziarie speculative: «Questa gente si porta a casa i 50, i 60 milioni di dollari e di euro, scompare nei paradisi fiscali e poi le banche possono andare a ramengo». Non falliscono solo perché poi le banche centrali, controllate dalle stesse banche-canaglia, le riforniscono di nuova liquidità. A monte: a soffrire è l’intero sistema-Italia, da quando – nel lontano 1981 – la finanzia pubblica è stata “disabilitata” col divorzio tra Tesoro e Bankitalia. Un percorso suicida, completato in modo disastroso dalla tragedia finale dell’ingresso nell’Eurozona, che toglie allo Stato la moneta ma anche il potere sovrano della spesa pubblica, attraverso dispositivi come il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio.</p>
<p>Per l’Europa “lacrime e sangue”, il risanamento dei conti pubblici viene prima dello sviluppo. «Questa strada si sa che è impossibile, perché tu non puoi fare il pareggio di bilancio o perseguire obiettivi ancora più ambiziosi se non c’è la ripresa». E in piena recessione, ridurre la spesa pubblica significa solo arrivare alla depressione irreversibile. Vie d’uscita? Archiviare subito gli specialisti del disastro – da Angela Merkel a Mario Monti – ribaltando la politica europea: bisogna tornare alla sovranità monetaria, dice Galloni, e cancellare il debito pubblico come problema. Basta puntare sulla ricchezza nazionale, che vale 10 volte il Pil. Non è vero che non riusciremmo a ripagarlo, il debito. Il problema è che il debito, semplicemente, non va ripagato: «L’importante è ridurre i tassi di interesse», che devono essere «più bassi dei tassi di crescita». A quel punto, il debito non è più un problema: «Questo è il modo sano di affrontare il tema del debito pubblico». A meno che, ovviamente, non si proceda come in Grecia, dove «per 300 miseri miliardi di euro» se ne sono persi 3.000 nelle Borse europee, gettando sul lastrico il popolo greco.</p>
<p>Domanda: «Questa gente si rende conto che agisce non solo contro la Grecia ma anche contro gli altri popoli e paesi europei? Chi comanda effettivamente in questa Europa se ne rende conto?». Oppure, conclude Galloni, vogliono davvero «raggiungere una sorta di asservimento dei popoli, di perdita ulteriore di sovranità degli Stati» per obiettivi inconfessabili, come avvenuto in Italia: privatizzazioni a prezzi stracciati, depredazione del patrimonio nazionale, conquista di guadagni senza lavoro. Un piano criminale: il grande complotto dell’élite mondiale. «Bilderberg, Britannia, il Gruppo dei 30, dei 10, gli “Illuminati di Baviera”: sono tutte cose vere», ammette l’ex consulente di Andreotti. «Gente che si riunisce, come certi club massonici, e decide delle cose». Ma il problema vero è che «non trovano resistenza da parte degli Stati». L’obiettivo è sempre lo stesso: «Togliere di mezzo gli Stati nazionali allo scopo di poter aumentare il potere di tutto ciò che è sovranazionale, multinazionale e internazionale». Gli Stati sono stati indeboliti e poi addirittura infiltrati, con la penetrazione nei governi da parte dei super-lobbysti, dal Bilderberg agli “Illuminati”. «Negli Usa c’era la “Confraternita dei Teschi”, di cui facevano parte i Bush, padre e figlio, che sono diventati presidenti degli Stati Uniti: è chiaro che, dopo, questa gente risponde a questi gruppi che li hanno agevolati nella loro ascesa».</p>
<p>Non abbiamo amici. L’America avrebbe inutilmente cercato nell’Italia una sponda forte dopo la caduta del Muro, prima di dare via libera (con Clinton) allo strapotere di Wall Street. Dall’omicidio di Kennedy, secondo Galloni, gli Usa «sono sempre più risultati preda dei britannici», che hanno interesse «ad aumentare i conflitti, il disordine», mentre la componente “ambientalista”, più vicina alla Corona, punta «a una riduzione drastica della popolazione del pianeta» e quindi ostacola lo sviluppo, di cui l’Italia è stata una straordinaria protagonista. L’odiata Germania? Non diventerà mai leader, aggiunge Galloni, se non accetterà di importare più di quanto esporta. Unico futuro possibile: la Cina, ora che Pechino ha ribaltato il suo orizzonte, preferendo il mercato interno a quello dell’export. L’Italia potrebbe cedere ai cinesi interi settori della propria manifattura, puntando ad affermare il made in Italy d’eccellenza in quel mercato, 60 volte più grande. Armi strategiche potenziali: il settore della green economy e quello della trasformazione dei rifiuti, grazie a brevetti di peso mondiale come quelli detenuti da Ansaldo e Italgas.</p>
<p>Prima, però, bisogna mandare casa i sicari dell’Italia – da Monti alla Merkel – e rivoluzionare l’Europa, tornando alla necessaria sovranità monetaria. Senza dimenticare che le controriforme suicide di stampo neoliberista che hanno azzoppato il paese sono state subite in silenzio anche dalle organizzazioni sindacali. Meno moneta circolante e salari più bassi per contenere l’inflazione? Falso: gli Usa hanno appena creato trilioni di dollari dal nulla, senza generare spinte inflattive. Eppure, anche i sindacati sono stati attratti «in un’area di consenso per quelle riforme sbagliate che si sono fatte a partire dal 1981». Passo fondamentale, da attuare subito: una riforma della finanza, pubblica e privata, che torni a sostenere l’economia. Stop al dominio antidemocratico di Bruxelles, funzionale solo alle multinazionali globalizzate. Attenzione: la scelta della Cina di puntare sul mercato interno può essere l’inizio della fine della globalizzazione, che è «il sistema che premia il produttore peggiore, quello che paga di meno il lavoro, quello che fa lavorare i bambini, quello che non rispetta l’ambiente né la salute». E naturalmente, prima di tutto serve il ritorno in campo, immediato, della vittima numero uno: lo Stato democratico sovrano. Imperativo categorico: sovranità finanziaria per sostenere la spesa pubblica, senza la quale il paese muore. «A me interessa che ci siano spese in disavanzo – insiste Galloni – perché se c’è crisi, se c’è disoccupazione, puntare al pareggio di bilancio è un crimine».</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Sulla Violenza di Gheddo</title>
		<link>http://miccolismauro.wordpress.com/2013/04/28/sulla-violenza/#comment-1130</link>
		<dc:creator><![CDATA[Gheddo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 May 2013 12:34:03 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://miccolismauro.wordpress.com/?p=1788#comment-1130</guid>
		<description><![CDATA[1. Non sentirti assolutamente certo di nulla.
2. Non pensare che valga la pena procedere nascondendo la realtà dei fatti, perché è sicuro che essa verrà alla luce.
3. Non cercare di scoraggiare la riflessione perché è sicuro che ci riuscirai.
4. Quando sei confrontato da una opposizione, anche se dovesse trattarsi di tuo marito o dei tuoi figli, cerca di superarla con la discussione e non con l&#039;imposizione, perché una vittoria ottenuta con la forza è fittizia e illusoria.
5. Non avere alcuna venerazione per l&#039;altrui autorità, in quanto si possono sempre trovare altre autorità ad essa contrarie.
6. Non utilizzare il potere per sopprimere opinioni che ritieni dannose, perché così facendo saranno le opinioni a sopprimere te.
7. Non aver paura di essere eccentrico nelle tue idee perché ogni idea ora accettata è stata una volta considerata eccentrica.
8. Trova più gusto in un dissenso intelligente che in un consenso passivo, perché, se apprezzi l&#039;intelligenza come dovresti, nel primo caso vi è una più profonda consonanza con le tue posizioni che non nel secondo.
9. Sii scrupolosamente sincero, anche se la verità è scomoda, perché è ancora più scomodo il tentare di nasconderla.
10. Non provare invidia per la felicità di coloro che vivono di illusioni, perché solo uno sciocco può pensare che in ciò consista la felicità.

(Bertrand Russell, Un decalogo liberale
dall&#039;articolo La migliore risposta al fanatismo: il liberalismo, New York Times Magazine, 16 Dicembre 1951)
Ad Maiora!]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>1. Non sentirti assolutamente certo di nulla.<br />
2. Non pensare che valga la pena procedere nascondendo la realtà dei fatti, perché è sicuro che essa verrà alla luce.<br />
3. Non cercare di scoraggiare la riflessione perché è sicuro che ci riuscirai.<br />
4. Quando sei confrontato da una opposizione, anche se dovesse trattarsi di tuo marito o dei tuoi figli, cerca di superarla con la discussione e non con l&#8217;imposizione, perché una vittoria ottenuta con la forza è fittizia e illusoria.<br />
5. Non avere alcuna venerazione per l&#8217;altrui autorità, in quanto si possono sempre trovare altre autorità ad essa contrarie.<br />
6. Non utilizzare il potere per sopprimere opinioni che ritieni dannose, perché così facendo saranno le opinioni a sopprimere te.<br />
7. Non aver paura di essere eccentrico nelle tue idee perché ogni idea ora accettata è stata una volta considerata eccentrica.<br />
8. Trova più gusto in un dissenso intelligente che in un consenso passivo, perché, se apprezzi l&#8217;intelligenza come dovresti, nel primo caso vi è una più profonda consonanza con le tue posizioni che non nel secondo.<br />
9. Sii scrupolosamente sincero, anche se la verità è scomoda, perché è ancora più scomodo il tentare di nasconderla.<br />
10. Non provare invidia per la felicità di coloro che vivono di illusioni, perché solo uno sciocco può pensare che in ciò consista la felicità.</p>
<p>(Bertrand Russell, Un decalogo liberale<br />
dall&#8217;articolo La migliore risposta al fanatismo: il liberalismo, New York Times Magazine, 16 Dicembre 1951)<br />
Ad Maiora!</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Cremaschi Buttato gi&#249; dal Palco da CGIL CISL e UIL &#8211; dissentiva di Dott.Ing. Mauro Miccolis</title>
		<link>http://miccolismauro.wordpress.com/2013/04/30/cremaschi-buttato-gi-dal-palco-da-cgil-cisl-e-uil-dissentiva/#comment-1129</link>
		<dc:creator><![CDATA[Dott.Ing. Mauro Miccolis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 May 2013 11:23:04 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://miccolismauro.wordpress.com/?p=1793#comment-1129</guid>
		<description><![CDATA[se non hanno replicato...chi tace acconsente]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>se non hanno replicato&#8230;chi tace acconsente</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Cremaschi Buttato gi&#249; dal Palco da CGIL CISL e UIL &#8211; dissentiva di Mauro Poggi</title>
		<link>http://miccolismauro.wordpress.com/2013/04/30/cremaschi-buttato-gi-dal-palco-da-cgil-cisl-e-uil-dissentiva/#comment-1128</link>
		<dc:creator><![CDATA[Mauro Poggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 May 2013 09:29:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Democrazia 2.0. Vorrei tanto sentire l&#039;altra versione dell&#039;accaduto, ma temo che quella di Cremaschi sia quella che più corrisponde.]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Democrazia 2.0. Vorrei tanto sentire l&#8217;altra versione dell&#8217;accaduto, ma temo che quella di Cremaschi sia quella che più corrisponde.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su La distruzione dello Stato Sociale attraverso la catastrofe delle liberalizzazioni privatizzazioni in Italia di Dott.Ing. Mauro Miccolis</title>
		<link>http://miccolismauro.wordpress.com/2011/08/18/la-distruzione-dello-stato-sociale-attraverso-la-catastrofe-delle-liberalizzazioni-privatizzazioni-in-italia/#comment-1126</link>
		<dc:creator><![CDATA[Dott.Ing. Mauro Miccolis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Apr 2013 15:52:10 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://miccolismauro.wordpress.com/2011/08/18/la-distruzione-dello-stato-sociale-attraverso-la-catastrofe-delle-liberalizzazioni-privatizzazioni-in-italia/#comment-1126</guid>
		<description><![CDATA[http://temi.repubblica.it/micromega-online/le-privatizzazioni-che-hanno-ucciso-la-societa/#.UX_gm2eWpHs.facebook

Nel libro di Marco Bersani “CatasTroika” (appena uscito per Edizioni Alegre) un bilancio di ciò che le politiche liberiste e le privatizzazioni hanno prodotto negli ultimi quarant&#039;anni, dall&#039;America Latina alla Gran Bretagna, dalla Russia del post socialismo reale all&#039;Europa occidentale. Anticipiamo un brano tratto dal capitolo: “Italia: dal Britannia al Titanic?”.

di Marco Bersani

Che il processo di privatizzazione in Italia abbia comportato una gigantesca ritirata dello Stato da un ruolo diretto nella produzione industriale e, più in generale, del “pubblico” nell’erogazione dei servizi, lo dimostrano alcuni semplici dati: complessivamente le operazioni hanno comportato proventi lordi per 134 miliardi, nonché risorse reperite totali, comprensive dell’indebitamento finanziario trasferito (14 miliardi) per 148 miliardi.

Alle 114 operazioni censite dal Barometro delle privatizzazioni (Bp) per il periodo 1985-2007, individuate escludendo quelle di importo superiore agli 80 milioni, ma considerando anche la dismissione di alcuni immobili (Torri del demanio dell’Eur) e delle società elettriche locali, corrispondono, invece, proventi pari a 152 miliardi. 
In entrambi i casi l’Italia si è posizionata al secondo posto, dopo il Giappone, nella classifica globale per proventi da privatizzazioni. 
Cifre che appaiono di importante dimensione, ma che in realtà, se paragonate con i successivi valori borsistici delle società privatizzate, come confermato dall’analisi della Corte dei Conti (delibera del 19 dicembre 2012), si rivelano una sorta di “saldi di fine stagione”, la stagione dell’intervento dello Stato nell’economia.

Più in generale, le operazioni di privatizzazione nel loro complesso hanno comportato il totale disimpegno dello Stato dai settori bancario, assicurativo, tabacchi e telecomunicazioni, nonché un consistente ridimensionamento delle partecipazioni, anche se non del controllo, nei settori strategici dell’energia (Eni ed Enel) e della difesa (Finmeccanica). 
La conseguenza è stata che, a fronte di un peso del 18% nel 1991, il contributo al Pil delle imprese partecipate dall’amministrazione centrale è divenuta oggi pari al 4,7%.
Una trasformazione strutturale dell’economia di enormi proporzioni, rispetto alla quale occorre capire chi ne abbia tratto benefici e chi invece ne sia stato danneggiato.

Un primo segnale non può che venire da uno sguardo sulle società di consulenza finanziaria – i famosi “contractors” – che hanno accompagnato i processi di privatizzazione, ottenendo compensi, attraverso ruoli plurimi tra le funzioni di advisor, valutatore, intermediario, collocatore e consulente, pari ad oltre 2,2 miliardi: si tratta, fra le altre, di Societè Generale, Rotschild, Credit Suisse First Boston, JP Morgan, Merril Lynch, Lehman Brothers, ovvero del gotha finanziario a livello internazionale.
E infatti, la prima conseguenza evidente del processo di privatizzazione è stata quella di mettere la parola “fine” a qualsiasi possibilità di una finanza pubblica. 
Agli inizi degli anni 90, l’Italia era il Paese europeo nel quale il controllo pubblico delle banche era il più elevato: il 74,5%, a fronte del 61,2% in Germania, e del 36% in Francia. 
Il processo di riforma attuato ha portato all’azzeramento della proprietà pubblica nelle banche italiane, andando così ben oltre Germania e Francia, le quali, pur riducendo il controllo pubblico, hanno tuttavia mantenuto nel sistema bancario una presenza più che significativa, rispettivamente del 52% e 31%. 

La deregolamentazione ha anche prodotto – com’è ovvio nella giungla del mercato – un forte processo di concentrazione, che, attraverso 566 acquisizioni e fusioni per un valore pari al 50% degli asset totali, ha drasticamente modificato il panorama bancario italiano, portando le quote di mercato dei cinque maggiori gruppi bancari dal 34 al 54%. 
Se a tutto ciò si aggiunge la privatizzazione della Cassa Depositi e Prestiti del 2003, con l’ingresso nel capitale sociale delle Fondazioni bancarie (30%), saldamente inserite nel controllo delle banche di riferimento, il quadro è abbastanza chiaro: le privatizzazioni hanno portato all’azzeramento di ogni funzione pubblica in campo economico e finanziario, con effetti pesanti direttamente riscontrabili nell’odierna crisi, che vede le scelte economiche del Paese sottostare, in totale sudditanza, alle dinamiche del sistema finanziario internazionale. 

Uno dei risultati favorevoli, a più riprese sbandierato dai fautori delle privatizzazioni, riguarda i benèfici effetti delle stesse sul debito pubblico del Paese, avendo gli introiti delle dismissioni ridotto il rapporto debito/Pil nel periodo 1992-2004, con un risparmio in conto interessi di circa 38 miliardi. 
Ma si tratta di un’illusione, sia quantitativa che qualitativa: perché, se nell’immediato si sono avute delle entrate, peraltro irrisorie se confrontate all’entità del debito pubblico, nel medio e lungo periodo le privatizzazioni hanno privato lo Stato di importanti entrate di cassa, nonché di assetti industriali che rappresentavano la spina dorsale dell’economia pubblica e del sistema di welfare che in parte si reggeva su di essa.

E se l’obiettivo dichiarato era quello di mettere in atto una liberalizzazione dell’attività economica favorendo la libera concorrenza, il risultato più evidente è stata la consegna a monopoli privati di attività e servizi gestiti precedentemente dal pubblico, comportando una trasformazione delle stesse, da funzione sociale a funzione unicamente finalizzata alla redditività economica. Questo perché l’obiettivo prioritario dei processi di privatizzazione era in realtà quello di dare un forte impulso ai mercati finanziari, come dimostra il fatto che, dal 1992 al 2007, la capitalizzazione del mercato borsistico domestico sia cresciuta di sette volte e il volume degli scambi sia aumentato di ottantacinque volte. Variazioni tali da essere in larga parte attribuibili alla quotazione di imprese privatizzate, la cui abbondante offerta ha favorito una massiccia riallocazione da parte dei piccoli risparmiatori dai tradizionali impieghi in titoli di Stato al mercato azionario. 

Processo, quest’ultimo, tutt’altro che frutto della libera scelta del “consumatore/risparmiatore”, bensì preciso risultato di una strategia perseguita riducendo drasticamente ogni attrattiva dei Buoni Ordinari del Tesoro e dando un definitivo colpo d’ala al mercato borsistico attraverso l’imposizione – governo Amato – di una tassa del 27% sugli interessi dei conti correnti, a fronte del 12,5% applicato ai guadagni da investimenti in Borsa. Questo processo è stato accompagnato e sostenuto dagli investitori esteri, che hanno sottoscritto sia titoli di Stato che titoli azionari delle nuove società privatizzate, divenendo in breve tempo attori chiave del sistema finanziario, fino a diventare, nell’attualità in corso, causa principale della sua odierna crisi verticale.

Contrariamente all’obiettivo più volte sbandierato di voler sviluppare la diffusione di un forte azionariato popolare e di affermare anche in Italia il modello delle public company, le politiche di privatizzazione hanno inoltre comportato processi di forte concentrazione – come del resto già avvenuto in Gran Bretagna – determinando soprattutto un accentramento del controllo, anche in assenza di una concentrazione della proprietà: allora come oggi, diversi gruppi industriali – e sempre più finanziari – controllano le società quotate pur senza possederne neppure lontanamente la maggioranza delle azioni. 
Nei primi dieci gruppi quotati in Borsa, il capitale controllato è pari a quasi tre volte quello posseduto, e questo è reso possibile dal cosiddetto sistema “delle scatole cinesi”: il possesso da parte di una holding del 51% di una società, che a sua volta possiede il 51% di un’altra, la quale possiede il 40% di un’altra ancora, che possiede il 30% di un’ultima società, quella che realmente interessa. Solo per fare un esempio, con questo sistema, Tronchetti Provera ha ottenuto il controllo della Olivetti – e quindi di Telecom e Tim – pur avendo comprato solo il 29% delle azioni della società. Dentro questo modello, aldilà delle favole sulla democrazia economica, si comprende bene quale possa essere il ruolo dei piccoli investitori: mettere i soldi nella società, permettendo agli azionisti maggiori di poterla controllare senza doverla possedere.

Decisamente pesante è stato l’impatto sociale delle privatizzazioni sul versante dell’occupazione e riguardo alle conseguenze per gli utenti. 
Nel mondo del lavoro, le privatizzazioni hanno coinvolto 225.000 lavoratori, dei quali 125.000 nel settore delle telecomunicazioni, 25.000 in quello siderurgico, 24.000 in quello meccanico, 22.000 nell’alimentare e della distribuzione, 14.000 nei trasporti e infrastrutture. 
Nel contempo, i cittadini si sono trovati di fronte ad un generalizzato peggioramento della qualità dei servizi e ad un costante aumento dei prezzi, in particolare nei settori dei servizi bancari, di quelli infrastrutturali (autostrade) e delle utilities (acqua, energia e gas), con tariffe notevolmente più elevate in proporzione a quelle applicate dagli altri paesi europei.
Di fatto le privatizzazioni non hanno fatto altro che consentire il trasferimento di ciò che prima era in mano pubblica – dunque di proprietà dei cittadini attraverso lo Stato – ad alcune poche mani private, spesso di gruppi finanziari che non aspettavano altro che settori monopolistici ad alta redditività per poter ottenere profitti con rischio industriale nullo.
Emblematico da questo punto di vista il caso delle autostrade: un vero e proprio regalo al gruppo Benetton, che ha ottenuto una rendita garantita con un rischio imprenditoriale nullo; ha potuto così permettersi di attuare investimenti minimi e contare su tariffe più alte della stessa inflazione, mentre il contribuente ha continuato a farsi carico delle spese per la rete in aree meno ricche e più a rischio (autostrada Salerno - Reggio Calabria e grande viabilità interregionale).

Da un punto di vista strategico-economico, le privatizzazioni hanno prodotto anche il nefasto risultato di segnare per il nostro Paese l’ultimo passo del processo generale di deindustrializzazione avviato un trentennio prima, completandolo con uno specifico processo di destatalizzazione.
Con lo slogan “privato è bello, il pubblico non funziona”, si sono messi nelle mani di alcuni privati, importanti settori strategici come quello bancario ed assicurativo, delle telecomunicazioni, siderurgico ed alimentare, continuando ad affermare come il processo di privatizzazione abbia riguardato primariamente l’industria pubblica in difficoltà, quando tutti i dati economici dimostrano il contrario: il 64,8% delle aziende privatizzate apparteneva ai settori bancario assicurativo e delle telecomunicazioni, finanziariamente remunerativi già sotto la gestione pubblica.

Ma i dati sono nulla a fronte del fondamentalismo ideologico, che ha attraversato e permeato tutte le culture politiche ed amministrative. 
Ed è stata soprattutto la sinistra, tesa a far dimenticare la colpa di aver voluto in passato cambiare il mondo e bisognosa di farsi accreditare come affidabile dai mercati finanziari, ad interiorizzare le privatizzazioni come mito riformista e modernizzatore, e ad offrire in pasto ai gestori della finanza attività perfette per montarvi operazioni speculative, garantite dalla dinamica nel tempo dei flussi di cassa.
Nonostante i disastrosi risultati a livello economico, occupazionale e sociale, ormai da diversi anni è in atto addirittura un tentativo di radicalizzare le politiche di privatizzazione, coinvolgendovi altri importanti settori di rilievo sociale, come previdenza, sanità, istruzione, poste, trasporti e servizi pubblici locali.

Questa volta senza bisogno di salire a bordo di un fastoso quanto pittoresco panfilo reale, bensì occupando le grigie stanze del Ministero dell’Economia: è lì che, a fine settembre 2011, l’allora ministro Tremonti ha chiamato a raccolta i grandi investitori italiani ed internazionali, il gotha del sistema bancario e delle investment banks globali per sottoporre loro una sorta di “Britannia 2”, ovvero un altro mastodontico processo di dismissione del patrimonio pubblico del Paese, questa volta totalmente incentrato sul patrimonio immobiliare demaniale e comunale e sulle utilities locali. 
Piano ripreso con vigore dal successivo governo “tecnico” guidato da Mario Monti con l’obiettivo, naturalmente, di ridurre il debito pubblico e promuovere la crescita del Paese. 
La stessa strategia seguita dai primi violini dell’orchestra, che continuarono a suonare mentre il Titanic andava inesorabilmente a sbattere contro l’iceberg.

(30 aprile 2013)]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/le-privatizzazioni-che-hanno-ucciso-la-societa/#.UX_gm2eWpHs.facebook" rel="nofollow">http://temi.repubblica.it/micromega-online/le-privatizzazioni-che-hanno-ucciso-la-societa/#.UX_gm2eWpHs.facebook</a></p>
<p>Nel libro di Marco Bersani “CatasTroika” (appena uscito per Edizioni Alegre) un bilancio di ciò che le politiche liberiste e le privatizzazioni hanno prodotto negli ultimi quarant&#8217;anni, dall&#8217;America Latina alla Gran Bretagna, dalla Russia del post socialismo reale all&#8217;Europa occidentale. Anticipiamo un brano tratto dal capitolo: “Italia: dal Britannia al Titanic?”.</p>
<p>di Marco Bersani</p>
<p>Che il processo di privatizzazione in Italia abbia comportato una gigantesca ritirata dello Stato da un ruolo diretto nella produzione industriale e, più in generale, del “pubblico” nell’erogazione dei servizi, lo dimostrano alcuni semplici dati: complessivamente le operazioni hanno comportato proventi lordi per 134 miliardi, nonché risorse reperite totali, comprensive dell’indebitamento finanziario trasferito (14 miliardi) per 148 miliardi.</p>
<p>Alle 114 operazioni censite dal Barometro delle privatizzazioni (Bp) per il periodo 1985-2007, individuate escludendo quelle di importo superiore agli 80 milioni, ma considerando anche la dismissione di alcuni immobili (Torri del demanio dell’Eur) e delle società elettriche locali, corrispondono, invece, proventi pari a 152 miliardi.<br />
In entrambi i casi l’Italia si è posizionata al secondo posto, dopo il Giappone, nella classifica globale per proventi da privatizzazioni.<br />
Cifre che appaiono di importante dimensione, ma che in realtà, se paragonate con i successivi valori borsistici delle società privatizzate, come confermato dall’analisi della Corte dei Conti (delibera del 19 dicembre 2012), si rivelano una sorta di “saldi di fine stagione”, la stagione dell’intervento dello Stato nell’economia.</p>
<p>Più in generale, le operazioni di privatizzazione nel loro complesso hanno comportato il totale disimpegno dello Stato dai settori bancario, assicurativo, tabacchi e telecomunicazioni, nonché un consistente ridimensionamento delle partecipazioni, anche se non del controllo, nei settori strategici dell’energia (Eni ed Enel) e della difesa (Finmeccanica).<br />
La conseguenza è stata che, a fronte di un peso del 18% nel 1991, il contributo al Pil delle imprese partecipate dall’amministrazione centrale è divenuta oggi pari al 4,7%.<br />
Una trasformazione strutturale dell’economia di enormi proporzioni, rispetto alla quale occorre capire chi ne abbia tratto benefici e chi invece ne sia stato danneggiato.</p>
<p>Un primo segnale non può che venire da uno sguardo sulle società di consulenza finanziaria – i famosi “contractors” – che hanno accompagnato i processi di privatizzazione, ottenendo compensi, attraverso ruoli plurimi tra le funzioni di advisor, valutatore, intermediario, collocatore e consulente, pari ad oltre 2,2 miliardi: si tratta, fra le altre, di Societè Generale, Rotschild, Credit Suisse First Boston, JP Morgan, Merril Lynch, Lehman Brothers, ovvero del gotha finanziario a livello internazionale.<br />
E infatti, la prima conseguenza evidente del processo di privatizzazione è stata quella di mettere la parola “fine” a qualsiasi possibilità di una finanza pubblica.<br />
Agli inizi degli anni 90, l’Italia era il Paese europeo nel quale il controllo pubblico delle banche era il più elevato: il 74,5%, a fronte del 61,2% in Germania, e del 36% in Francia.<br />
Il processo di riforma attuato ha portato all’azzeramento della proprietà pubblica nelle banche italiane, andando così ben oltre Germania e Francia, le quali, pur riducendo il controllo pubblico, hanno tuttavia mantenuto nel sistema bancario una presenza più che significativa, rispettivamente del 52% e 31%. </p>
<p>La deregolamentazione ha anche prodotto – com’è ovvio nella giungla del mercato – un forte processo di concentrazione, che, attraverso 566 acquisizioni e fusioni per un valore pari al 50% degli asset totali, ha drasticamente modificato il panorama bancario italiano, portando le quote di mercato dei cinque maggiori gruppi bancari dal 34 al 54%.<br />
Se a tutto ciò si aggiunge la privatizzazione della Cassa Depositi e Prestiti del 2003, con l’ingresso nel capitale sociale delle Fondazioni bancarie (30%), saldamente inserite nel controllo delle banche di riferimento, il quadro è abbastanza chiaro: le privatizzazioni hanno portato all’azzeramento di ogni funzione pubblica in campo economico e finanziario, con effetti pesanti direttamente riscontrabili nell’odierna crisi, che vede le scelte economiche del Paese sottostare, in totale sudditanza, alle dinamiche del sistema finanziario internazionale. </p>
<p>Uno dei risultati favorevoli, a più riprese sbandierato dai fautori delle privatizzazioni, riguarda i benèfici effetti delle stesse sul debito pubblico del Paese, avendo gli introiti delle dismissioni ridotto il rapporto debito/Pil nel periodo 1992-2004, con un risparmio in conto interessi di circa 38 miliardi.<br />
Ma si tratta di un’illusione, sia quantitativa che qualitativa: perché, se nell’immediato si sono avute delle entrate, peraltro irrisorie se confrontate all’entità del debito pubblico, nel medio e lungo periodo le privatizzazioni hanno privato lo Stato di importanti entrate di cassa, nonché di assetti industriali che rappresentavano la spina dorsale dell’economia pubblica e del sistema di welfare che in parte si reggeva su di essa.</p>
<p>E se l’obiettivo dichiarato era quello di mettere in atto una liberalizzazione dell’attività economica favorendo la libera concorrenza, il risultato più evidente è stata la consegna a monopoli privati di attività e servizi gestiti precedentemente dal pubblico, comportando una trasformazione delle stesse, da funzione sociale a funzione unicamente finalizzata alla redditività economica. Questo perché l’obiettivo prioritario dei processi di privatizzazione era in realtà quello di dare un forte impulso ai mercati finanziari, come dimostra il fatto che, dal 1992 al 2007, la capitalizzazione del mercato borsistico domestico sia cresciuta di sette volte e il volume degli scambi sia aumentato di ottantacinque volte. Variazioni tali da essere in larga parte attribuibili alla quotazione di imprese privatizzate, la cui abbondante offerta ha favorito una massiccia riallocazione da parte dei piccoli risparmiatori dai tradizionali impieghi in titoli di Stato al mercato azionario. </p>
<p>Processo, quest’ultimo, tutt’altro che frutto della libera scelta del “consumatore/risparmiatore”, bensì preciso risultato di una strategia perseguita riducendo drasticamente ogni attrattiva dei Buoni Ordinari del Tesoro e dando un definitivo colpo d’ala al mercato borsistico attraverso l’imposizione – governo Amato – di una tassa del 27% sugli interessi dei conti correnti, a fronte del 12,5% applicato ai guadagni da investimenti in Borsa. Questo processo è stato accompagnato e sostenuto dagli investitori esteri, che hanno sottoscritto sia titoli di Stato che titoli azionari delle nuove società privatizzate, divenendo in breve tempo attori chiave del sistema finanziario, fino a diventare, nell’attualità in corso, causa principale della sua odierna crisi verticale.</p>
<p>Contrariamente all’obiettivo più volte sbandierato di voler sviluppare la diffusione di un forte azionariato popolare e di affermare anche in Italia il modello delle public company, le politiche di privatizzazione hanno inoltre comportato processi di forte concentrazione – come del resto già avvenuto in Gran Bretagna – determinando soprattutto un accentramento del controllo, anche in assenza di una concentrazione della proprietà: allora come oggi, diversi gruppi industriali – e sempre più finanziari – controllano le società quotate pur senza possederne neppure lontanamente la maggioranza delle azioni.<br />
Nei primi dieci gruppi quotati in Borsa, il capitale controllato è pari a quasi tre volte quello posseduto, e questo è reso possibile dal cosiddetto sistema “delle scatole cinesi”: il possesso da parte di una holding del 51% di una società, che a sua volta possiede il 51% di un’altra, la quale possiede il 40% di un’altra ancora, che possiede il 30% di un’ultima società, quella che realmente interessa. Solo per fare un esempio, con questo sistema, Tronchetti Provera ha ottenuto il controllo della Olivetti – e quindi di Telecom e Tim – pur avendo comprato solo il 29% delle azioni della società. Dentro questo modello, aldilà delle favole sulla democrazia economica, si comprende bene quale possa essere il ruolo dei piccoli investitori: mettere i soldi nella società, permettendo agli azionisti maggiori di poterla controllare senza doverla possedere.</p>
<p>Decisamente pesante è stato l’impatto sociale delle privatizzazioni sul versante dell’occupazione e riguardo alle conseguenze per gli utenti.<br />
Nel mondo del lavoro, le privatizzazioni hanno coinvolto 225.000 lavoratori, dei quali 125.000 nel settore delle telecomunicazioni, 25.000 in quello siderurgico, 24.000 in quello meccanico, 22.000 nell’alimentare e della distribuzione, 14.000 nei trasporti e infrastrutture.<br />
Nel contempo, i cittadini si sono trovati di fronte ad un generalizzato peggioramento della qualità dei servizi e ad un costante aumento dei prezzi, in particolare nei settori dei servizi bancari, di quelli infrastrutturali (autostrade) e delle utilities (acqua, energia e gas), con tariffe notevolmente più elevate in proporzione a quelle applicate dagli altri paesi europei.<br />
Di fatto le privatizzazioni non hanno fatto altro che consentire il trasferimento di ciò che prima era in mano pubblica – dunque di proprietà dei cittadini attraverso lo Stato – ad alcune poche mani private, spesso di gruppi finanziari che non aspettavano altro che settori monopolistici ad alta redditività per poter ottenere profitti con rischio industriale nullo.<br />
Emblematico da questo punto di vista il caso delle autostrade: un vero e proprio regalo al gruppo Benetton, che ha ottenuto una rendita garantita con un rischio imprenditoriale nullo; ha potuto così permettersi di attuare investimenti minimi e contare su tariffe più alte della stessa inflazione, mentre il contribuente ha continuato a farsi carico delle spese per la rete in aree meno ricche e più a rischio (autostrada Salerno &#8211; Reggio Calabria e grande viabilità interregionale).</p>
<p>Da un punto di vista strategico-economico, le privatizzazioni hanno prodotto anche il nefasto risultato di segnare per il nostro Paese l’ultimo passo del processo generale di deindustrializzazione avviato un trentennio prima, completandolo con uno specifico processo di destatalizzazione.<br />
Con lo slogan “privato è bello, il pubblico non funziona”, si sono messi nelle mani di alcuni privati, importanti settori strategici come quello bancario ed assicurativo, delle telecomunicazioni, siderurgico ed alimentare, continuando ad affermare come il processo di privatizzazione abbia riguardato primariamente l’industria pubblica in difficoltà, quando tutti i dati economici dimostrano il contrario: il 64,8% delle aziende privatizzate apparteneva ai settori bancario assicurativo e delle telecomunicazioni, finanziariamente remunerativi già sotto la gestione pubblica.</p>
<p>Ma i dati sono nulla a fronte del fondamentalismo ideologico, che ha attraversato e permeato tutte le culture politiche ed amministrative.<br />
Ed è stata soprattutto la sinistra, tesa a far dimenticare la colpa di aver voluto in passato cambiare il mondo e bisognosa di farsi accreditare come affidabile dai mercati finanziari, ad interiorizzare le privatizzazioni come mito riformista e modernizzatore, e ad offrire in pasto ai gestori della finanza attività perfette per montarvi operazioni speculative, garantite dalla dinamica nel tempo dei flussi di cassa.<br />
Nonostante i disastrosi risultati a livello economico, occupazionale e sociale, ormai da diversi anni è in atto addirittura un tentativo di radicalizzare le politiche di privatizzazione, coinvolgendovi altri importanti settori di rilievo sociale, come previdenza, sanità, istruzione, poste, trasporti e servizi pubblici locali.</p>
<p>Questa volta senza bisogno di salire a bordo di un fastoso quanto pittoresco panfilo reale, bensì occupando le grigie stanze del Ministero dell’Economia: è lì che, a fine settembre 2011, l’allora ministro Tremonti ha chiamato a raccolta i grandi investitori italiani ed internazionali, il gotha del sistema bancario e delle investment banks globali per sottoporre loro una sorta di “Britannia 2”, ovvero un altro mastodontico processo di dismissione del patrimonio pubblico del Paese, questa volta totalmente incentrato sul patrimonio immobiliare demaniale e comunale e sulle utilities locali.<br />
Piano ripreso con vigore dal successivo governo “tecnico” guidato da Mario Monti con l’obiettivo, naturalmente, di ridurre il debito pubblico e promuovere la crescita del Paese.<br />
La stessa strategia seguita dai primi violini dell’orchestra, che continuarono a suonare mentre il Titanic andava inesorabilmente a sbattere contro l’iceberg.</p>
<p>(30 aprile 2013)</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su La Violenza Conta di giuseppe</title>
		<link>http://miccolismauro.wordpress.com/2011/10/22/la-violenza-conta/#comment-1125</link>
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Apr 2013 14:53:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La rivolta armata non è mai auspicabile e non tutto è deciso sempre da potenze esterne. Di sicuro c&#039;è sempre chi ci mette lo zampino per muovere i fili dalla sua parte, ma poi sono i popoli in maniera cosciente a decidere. Nessuno vuole mettersi a lanciare sassi alle camionette e certo non è così che spaventi quelli che contano. 
La rivolta come rifiuto dello status quo deve essere concreta, basata su idee forti e chi la capeggia deve conoscere e trasmettere la situazione.
Se solo si riuscisse a convincere il 10% delle persone a ritirare i propri risparmi dalle banche, sarebbe già un colpo micidiale a questo sistema economico, altro che sassi! Certo poi dall&#039;altra parte ci sarebbe una reazione e continuando così difficile pensare di non arrivare a uno scontro.]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>La rivolta armata non è mai auspicabile e non tutto è deciso sempre da potenze esterne. Di sicuro c&#8217;è sempre chi ci mette lo zampino per muovere i fili dalla sua parte, ma poi sono i popoli in maniera cosciente a decidere. Nessuno vuole mettersi a lanciare sassi alle camionette e certo non è così che spaventi quelli che contano.<br />
La rivolta come rifiuto dello status quo deve essere concreta, basata su idee forti e chi la capeggia deve conoscere e trasmettere la situazione.<br />
Se solo si riuscisse a convincere il 10% delle persone a ritirare i propri risparmi dalle banche, sarebbe già un colpo micidiale a questo sistema economico, altro che sassi! Certo poi dall&#8217;altra parte ci sarebbe una reazione e continuando così difficile pensare di non arrivare a uno scontro.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su La Violenza Conta di Daniele Ferrante</title>
		<link>http://miccolismauro.wordpress.com/2011/10/22/la-violenza-conta/#comment-1124</link>
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Ferrante]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Apr 2013 14:41:01 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://miccolismauro.wordpress.com/2011/10/22/la-violenza-conta/#comment-1124</guid>
		<description><![CDATA[Perdonate gli errori.]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Perdonate gli errori.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
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