Relazione introduttiva al Comitato centrale Fiom del 30 giugno 2011

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di Maurizio Landini

Oggi abbiamo valutato come Segreteria di convocare con urgenza questo Comitato centrale perché i
problemi che abbiamo da affrontare richiedono una  discussione e un coinvolgimento di tutto il gruppo
dirigente della Fiom e penso anche un’assunzione di responsabilità e di iniziativa molto precisa.
Penso che noi siamo di fronte a un passaggio delicato  e, per questa ragione, è  importante che ci sia un
momento di discussione come questo. 
Ieri c’è stata la riunione dei Segretari generali delle categorie, convocata dalla Cgil, e in quella sede ho
potuto prendere visione dell’accordo interconfederale che tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria è stato realizzato il
28 giugno.
L’ho evidenziato lì, ma voglio informarne anche il Comitato centrale, che io vedo anche un problema di
metodo con cui si è arrivati a questo accordo, perché dopo il Direttivo in cui non sono stati consegnati i testi,
in cui ci è stato detto che testi non ce n’erano, noi ci siamo trovati di fronte al fatto che già adesso non solo
c’è un testo, ma è stato anche siglato. E noi in esplicito, come Fiom, avevamo chiesto alla Segreteria, al
Segretario generale della Cgil, di permettere a noi e  a tutti i Segretari delle categorie – visto che stiamo
parlando di un accordo che riguarda la Confindustria – che hanno dei contratti nazionali firmati da
Confindustria, di poter valutare anche un’eventuale ipotesi di accordo, ma prima che questa venisse firmata
perché, come è noto, quando si può discutere prima che sia firmato un testo, può essere che non cambi
nulla, ma per lo meno ci sono i margini per poter anche valutare se ci sono possibilità di miglioramento.
Questa cosa, naturalmente, non è avvenuta, io la considero una questione di merito e di metodo importante
perché, quando si discute di quelle che dovrebbero essere le regole che riguardano l’esercizio della
contrattazione che i lavoratori e le categorie debbono fare, continuo a pensare che, prima di prendere
decisioni anche per le categorie, sarebbe necessario che questi ultime, tutte, fossero messe nella condizione
di esprimere il proprio punto di vista. 
Come è noto, gli accordi valgono per quello che c’è scritto, non per come si interpretano, perché se passi
all’interpretazione sei già in una fase successiva di  possibile contenzioso, quindi questo è un elemento
preciso.
Dico questo perché, come è successo a me, in qualità di Segretario generale che ha partecipato alla riunione
di ieri, anche il Comitato centrale in questa situazione ha un testo già siglato, quindi non siamo di fronte al
fatto che c’è una discussione che può riguardare se si può modificare questo o quel punto del testo, quella è
una discussione finita, c’è un testo siglato.
Poi, se non è stata cambiata la data, e abbiamo qui Vincenzo Scudiere della Segreteria della Cgil che ce lo
potrà dire dopo, dalle notizie che ho, il Comitato direttivo della Cgil è convocato per l’11 e il 12 luglio, vorrei
anche ricordare che nell’ultimo Congresso ci sono state delle modifiche statutarie secondo le quali (e vado a
memoria, non ho davanti lo Statuto) solo ed esclusivamente al Comitato direttivo della Cgil spetta deliberare
sulle piattaforme e sugli accordi interconfederali. Questa è una novità introdotta con l’ultimo Congresso e, 2
naturalmente, essendo lo Statuto della Cgil, insieme allo Statuto della Fiom, il nostro Statuto, le regole
valgono per tutti e con esse dobbiamo, naturalmente, anche fare i conti.
Capirete che questa mia premessa ha un significato anche per le cose che intendo proporre alla fine della
mia relazione.
Allo stato, essendoci un testo già siglato, da un punto di vista di forma il problema è questo: chi è che
decide definitivamente sulla validità di questo accordo? In questo contesto lo Statuto della Cgil prevede, in
modo molto esplicito, che quando non ci sono le condizioni per una consultazione unitaria, ci deve essere
una consultazione vincolante per le iscritte e gli iscritti della Cgil interessati agli accordi.
Come sapete, c’è anche uno Statuto della Fiom pienamente in vigore, che ci pone in questo caso due
obblighi: il primo è che qualsiasi piattaforma e qualsiasi accordo deve essere sottoposto a referendum, il
secondo è che, qualora questo non fosse possibile, dobbiamo comunque ricorrere a una consultazione delle
iscritte e degli iscritti aperta anche i non iscritti al sindacato, ma che vogliono esprimere il proprio punto di
vista. 
Anche questo, naturalmente, è un passaggio importante, visto che alla domanda precisa avanzata ieri nella
riunione dei Segretari, cioè se la Cgil intende fare una consultazione e quando, in che forma e in che modo,
per confermare o non confermare la firma che è stata apposta, ci è stato risposto che questo sarà deciso nel
Direttivo che, se non anticipato, rimane fissato nelle giornate dell’11 e 12 luglio.
Quindi, se ci sarà una consultazione, che caratteristiche avrà? Quando si realizza e se c’è un vincolo della
Cgil rispetto alla firma in questa direzione, è un punto non ancora risolto, è aperto, è il Direttivo generale
della Cgil che lo esplicita, ma io penso che su questa materia è necessario che il Comitato centrale esprima
un suo punto di vista e affidi un mandato e in questo  caso io chiedo almeno un mandato al Segretario
generale, perché possa nella riunione del Comitato direttivo della Cgil esplicitare non il suo punto di vista, ma
il punto di vista del Comitato centrale della Fiom,  lo metto in premessa in modo che sia chiaro il
ragionamento.
Penso che questo sia un punto importante ed è  anche per questo che abbiamo voluto rapidamente
convocare il Comitato centrale, perché mai come adesso io sento, ma penso sia una sensazione di tutta la
Segreteria, una responsabilità collettiva delle scelte che siamo chiamati a compiere, oltre naturalmente ad
assumerci tutte quelle che individualmente, per i ruoli che abbiamo, vanno normalmente assunte.
Fatta questa premessa, che a me pareva importante  e significativa, in modo che sia chiaro di che cosa
discutere, che cosa possiamo e cosa non possiamo decidere, su cosa ci possiamo e non ci possiamo
esprimere, visto che ieri autorevoli giornali della Confindustria hanno scritto che ci potrebbero essere anche
operazioni statutarie nei confronti del gruppo dirigente della Fiom, io credo che il rispetto delle norme
statutarie sia un punto decisivo per tutti, non solo per la Fiom, ma anche per la Cgil.
Veniamo ora al merito dell’accordo. L’accordo che ieri ci è stato illustrato non nasce dal fatto che c’era una
piattaforma unitaria di Cgil, Cisl e Uil. La Cgil ha votato due documenti, oltre alle decisioni congressuali che
su queste materie hanno detto delle cose precise; la  Cgil nei suoi Direttivi ha votato un documento il 15
gennaio sulla democrazia e la rappresentanza e ha votato un documento su altre materie, ma anche su
aspetti che riguardavano in qualche modo il modello contrattuale, riconfermando in ogni caso le decisioni
assunte sulla democrazia il 15 di gennaio, nel Direttivo convocato subito dopo lo sciopero generale del 6 3
maggio.
Vi erano, quindi, alle spalle almeno tre elementi: la discussione e le conclusioni del Congresso della Cgil e i
documenti votati dal Direttivo sulle materie oggetto  di discussione. Dopodiché chi ha convocato quella
trattativa è stata la Confindustria, avanzando una propria proposta, e la discussione – per quello che ci è
stato detto – è avvenuta sulla base della proposta che la Confindustria, convocando Cgil, Cisl e Uil, ha messo
sul tavolo, con un testo composto da 8 punti, firmati anche da Confindustria, e da una parte finale che
rappresenta un impegno solo tra le organizzazioni sindacali, che non è quindi un accordo con la controparte.
Vi è una premessa al testo in cui l’unico elemento che a me pare di notare è che qui le parti dicono che è
interesse comune definire pattiziamente le regole in materia di rappresentatività delle organizzazioni
sindacali dei lavoratori e non vi è alcun riferimento  al fatto che le parti che hanno firmato chiedono,
eventualmente, anche un intervento legislativo. Come è noto, quello di poter arrivare anche a un intervento
legislativo per garantire una serie di diritti è e rimane una posizione della Cgil, poi naturalmente uno può
valutare che ci sono contenuti e contenuti su cui chiedere che si facciano delle leggi, ma vorrei far notare da
questo punto di vista che non è un  punto condiviso e comune, quindi  non è in questo accordo tra la
Confindustria, la Cisl, la Uil e la Cgil il fatto che eventuali accordi possono avere questa caratteristica.
Dico questo perché se uno fa un riferimento rispetto ad un’esperienza che abbiamo alle spalle, ad esempio
all’accordo del 1993, che originò anche la nascita delle Rsu, ricordo che quell’accordo, complessivamente
inteso, sia sul problema dell’erga omnes, cioè della validità dei contratti, sia sul problema di far diventare le
Rsu il soggetto unico che nelle imprese aveva la titolarità contrattuale, congiuntamente con le organizzazioni
sindacali, comunque prevedeva l’impegno di tutte le parti che lo avevano sottoscritto – e allora era anche il
governo, oltre alle parti sociali – di arrivare a una legislazione di sostegno; poi, naturalmente, non è stata
fatta ugualmente, però lo dico perché noi oggi siamo di fronte ad un accordo pattizio che impegna chi l’ha
sottoscritto, non c’è un impegno per chiedere a qualcuno: “fai una legge per far diventare queste norme
diritti che non possono essere più messi in discussione”.
E, insisto, c’è una parte finale, l’ultima pagina, di cui poi vi dirò, la quale invece è un impegno tra le
organizzazioni sindacali, quindi che impegna Cgil, Cisl e Uil, non rappresenta vincoli per la controparte, sono
questioni che discuteranno.
Il primo punto di questo testo dice che si va alla certificazione della rappresentatività delle organizzazioni
sindacali per la contrattazione collettiva nazionale di  categoria.  Dice  che  si  assumeranno  come  base  gli
iscritti; si dice che si userà l’Inps, attraverso un’apposita sezione, per certificare quanti iscritti ci sono e
questi dati saranno poi portati al  Cnel. Allo stesso tempo, sempre al Cnel, verranno portati i dati delle
elezioni delle Rsu e verranno incrociati i dati del numero degli iscritti e dei voti delle Rsu per dare il peso di
rappresentatività ad ogni organizzazione.
Detto questo, qui si stabilisce solo una soglia, si dice che ha diritto a partecipare alle trattative per il rinnovo
del contratto nazionale di lavoro l’organizzazione sindacale che, incrociando questi dati, ha più del 5% di
rappresentanza a livello nazionale, dove viene applicato il contratto, quindi, se un’organizzazione ha meno
del 5%, non ha diritto a partecipare alle trattative. Poi non si dice niente altro, perché non è scritto qui
quando questa certificazione verrà fatta, con quali tempi.
La domanda, che è stata avanzata nella giornata di ieri è questa: questo elemento quando entra in vigore? 4
Quando si cominciano a raccogliere i dati? Quando abbiamo una misurazione della certificazione? Ci è stato
detto che nel pubblico impiego, dove questa cosa già esiste per legge, per raccogliere questi dati ci hanno
messo un anno o qualcosa di più, se non ho capito male. Questo lo dico perché noi non siamo di fronte ad
un accordo che dice: “c’è la certificazione e verrà fatta in tre mesi”, oppure si decide che c’è una settimana
in cui in tutta Italia si vota per le Rsu. No, tutti questi aspetti che, dal punto di vista dello strumento che
certifichi la rappresentanza hanno una grande importanza, non è chiaro quando entrano in vigore. C’è
l’impegno della certificazione, non ci sono scritti i tempi con i quali questo verrà realizzato.
Non c’è nemmeno scritto, poi, quello che c’è per il pubblico impiego, dove si dice che un contratto nazionale
ha validità quando chi firma ha il 50%+1 di rappresentatività; qui non c’è scritto. Ci è stato spiegato che non
è stato scritto perché si rimanda, su questo punto, ai regolamenti che ogni categoria deve definire. 
Se voi andate nella pagina finale c’è scritto che ogni categoria – in questo caso per quello che ci riguarda tra
Fim, Fiom e Uilm – dovrebbe definire specifici regolamenti e questi debbono prevedere sia il percorso per la
costruzione delle piattaforme che per l’approvazione degli accordi; si dice anche che tra Fim, Fiom e Uilm
queste intese potranno anche prevedere momenti di verifica con il coinvolgimento dei lavoratori nei casi in
cui ci siano rilevanti divergenze interne tra le delegazioni sindacali. E, inoltre, che sempre le categorie
devono definire regole e criteri sia per le elezioni  delle Rsu che per la consultazione dei lavoratori sui
contratti di secondo livello.
Così com’è, la certificazione, non ha una sua efficacia nella gestione dei contratti nazionali, non ci garantisce
– e noi sappiamo bene, senza regole, quello che succede – che di accordi separati non ce ne saranno più.
Naturalmente questo è un punto di vista, ed entro già in un giudizio, perché c’è chi ieri mi ha spiegato che
non è esattamente così, ma io, leggendo il testo e assumendomi la responsabilità di quello che sto dicendo,
penso che la certificazione della rappresentanza sia  un punto importante, io su questo non ho alcuna
obiezione, ma per come è riportato  questo tema nell’accordo non risolve  il problema di evitare gli accordi
separati.
Qui, se si vota o non si vota sugli accordi, se c’è il referendum o se non c’è, è demandato al fatto se con Fim
e Uilm riusciamo o no a raggiungere un accordo e, in ogni caso, seguendo questo schema, anche se
raggiungessimo un accordo con le altre organizzazioni di categoria, questo impegnerebbe Fim, Fiom e Uilm,
non sarebbe un accordo con la controparte. Quindi per Confindustria il voto dei lavoratori per validare gli
accordi è un vincolo che non esiste.
Il secondo punto di questo accordo dice che il contratto nazionale ha la funzione di garantire la certezza
dei trattamenti normativi ed economici, comuni per  tutti i lavoratori del settore, ovunque impiegati sul
territorio nazionale. Questo è un punto di per sé importante perché dice che ci sono norme e trattamenti
economici che debbono essere comuni per tutti i lavoratori in tutta Italia, in quanto il contratto nazionale
deve avere questa funzione.
Dopodiché si dice, punto tre, che la contrattazione collettiva aziendale si esercita per le materie delegate in
tutto o in parte dal contratto collettivo nazionale di lavoro di categoria o dalla legge, quindi qui si apre il
problema  di  che  cosa  contratti  o  cosa  non  contratti  in azienda, cosa puoi o cosa non puoi fare deve essere
un tema che decidono i contratti nazionali.
C’è poi il  punto quattro che dice che i contratti collettivi aziendali, sia per la parte economica che 5
normativa, sono efficaci per tutto il personale in forza, quindi hanno una validità generale, e vincolano tutte
le associazioni firmatarie di questo contratto, quindi Cgil, Cisl e Uil, di conseguenza, se parliamo della nostra
categoria,  Fim,  Fiom  e  Uilm,  se  sono  approvati  dalla maggioranza dei componenti della rappresentanza
sindacale unitaria, eletta secondo le regole interconfederali vigenti, quindi si afferma che rimane in vigore
l’accordo del 1993 sulle Rsu, cioè che i 2/3 sono eletti da tutti e 1/3 spetta alle organizzazioni sindacali, in
base ai voti che hanno preso; si dice, quindi, che non esistono più patti di solidarietà di distribuzione, ma
questo a noi era abbastanza noto perché l’avevamo già disdetto dopo l’accordo separato, però si dice che
con quel modello di elezione la Rsu, una volta eletta, se fa un accordo aziendale, quell’accordo è valido per
tutti i lavoratori e per tutte le organizzazioni, purché il 50%+1 della Rsu, firmando, dica che quell’accordo è
concluso.
Non esiste, quindi, in questo accordo il fatto che un accordo aziendale per essere valido debba essere
sottoposto al voto delle lavoratrici e dei lavoratori.Questo tema è demandato alla discussione da fare con
Fim e Uilm. Ma, naturalmente, non c’è scritto che si dovrà trovare un’intesa, perché l’obbligo agli accordi –
come  è  noto  –  non  c’è,  potranno  farlo,  ma  se  pensiamo alla nostra situazione, sappiamo che non è
esattamente così. 
Si potrebbe dire, polemicamente, che l’unica certezza di referendum l’abbiamo avuta quando imprese molto
importanti l’hanno chiesto, ma questo è un elemento che non c’è e non è nemmeno previsto il fatto che, se
c’è il 50%+1 che è d’accordo, al 50%-1 che non è d’accordo, venga riconosciuto il diritto di raccogliere le
firme per fare un referendum; una volta che il 50+1 della Rsu dice che quell’accordo va bene, questo vincola
tutti, anche le altre organizzazioni sindacali.
Come potete capire, io questo lo considero un problema perché, siccome si discute di regole e di validità
generale degli accordi, sia nazionali che aziendali, io mi limito a osservare che questa intesa trova il modo di
dire quando sono validi gli accordi, ma non dice, o per lo meno non regola, demandandolo alle categorie, di
dire quando non lo sono, nel senso che si parla di consultazione certificata tra tutti i lavoratori – perché c’è
un richiamo generale negli accordi Cgil, Cisl e Uil, citando che fu fatta nel 1993 e nel 2007 – ma se si riflette
sulle esperienze che abbiamo di fronte, il problema è che si vota quando si è tutti d’accordo mentre quando
non si è stati d’accordo, come è noto, nel nostro paese i lavoratori non hanno potuto votare e si sono fatti gli
accordi separati. La stessa piattaforma unitaria del 2008 per definire il nuovo modello contrattuale, come è
noto, non ha evitato di fare l’accordo separato del 2009. Se non hai regole che diano il diritto alle persone di
votare, per la nostra esperienza,  quando ci sono idee diverse tra i sindacati (a parte qualche caso
eccezionale) generalmente non si vota e si fanno accordi separati.
Questo tema – che tra l’altro è stato un punto del  Congresso della Cgil – era nel documento votato dal
Direttivo della Cgil il 15 gennaio, il giorno dopo il voto di Mirafiori. In quel documento c’era scritto non solo
che gli accordi dovevano essere votati con voto certificato, con referendum, ma c’era anche una proposta
per come affrontare la diversità di opinioni tra organizzazioni sindacali: si introduceva la verifica del mandato
e si diceva che l’accordo per essere valido non doveva avere il 50%+1 dei consensi, ma chi firmava doveva
avere almeno il 60% e, in ogni caso, di fronte a giudizi diversi un’organizzazione poteva chiedere una verifica
del mandato, cioè far votare i lavoratori prima di concludere, e così facendo non aveva, dopo, il diritto di
poter chiedere il referendum abrogativo, perché si sarebbe rimessa al voto di mandato dei lavoratori. 6
Io mi limito a osservare che queste due proposte, votate dal Direttivo della Cgil, sono elementi che
compongono anche il documento conclusivo della Cgil al Congresso, che affermava come il voto dei
lavoratori fosse un punto irrinunciabile per la Cgil per l’approvazione  delle piattaforme e degli accordi.
Ebbene, io vedo che in questo testo tutto ciò non c’è.
Questo lo considero un problema non di poco  conto e mi permetto di dire  che,  se avessi avuto  la possibilità
non di discutere su un testo già siglato, ma di poter esprimere un parere su un testo che poteva ancora
essere discusso, avrei suggerito a chi faceva la trattativa che questa per  noi doveva diventare una
condizione per poter fare l’accordo  e che, in assenza del diritto dei lavoratori a votare gli accordi e le
piattaforme, la Cgil non doveva firmare.
Penso che qualcosa sarebbe successo. Questo è uno degli elementi critici, dal mio punto di vista, di questo
accordo.
Nel punto cinque si dice che in caso di presenza delle Rsa, costituite ai sensi dell’art. 19 della Legge 300,
cioè dello Statuto dei lavoratori, anche queste ultime possono fare i contratti aziendali. Le Rsa, come dice il
suddetto  art.  19,  e  come  la  Fiat  ci  ha  ricordato  recentemente,  si  possono  costituire  se  si  è  firmatari  dei
contratti nazionali applicati in azienda. Si dice, inoltre, che i contratti aziendali hanno efficacia se le Rsa che li
hanno firmati risultano, singolarmente o assieme ad altre, destinatarie della maggioranza delle deleghe
sindacali che ci sono in quell’azienda e, a questo punto, quegli accordi hanno un valore generale. Inoltre
possono essere sottoposti al voto, essendo le Rsa non elette ma nominate dalle organizzazioni sindacali, per
cui, se fanno un accordo, si può arrivare a un voto dei lavoratori se c’è una richiesta avanzata da almeno il
30% dei lavoratori di quell’impresa oppure da una delle organizzazioni firmatarie di quell’accordo e, in quel
caso, è necessario che voti il 50%+1 degli aventi diritto. 
Io qui vedo almeno due problemi: intanto noto una diversità di fondo rispetto al 1993, perché l’accordo del
1993 che aveva istituito le Rsu diceva, in esplicito, che l’obiettivo delle parti era andare ad un’estensione
generalizzata delle Rsu in tutti i luoghi di lavoro dando un determinato periodo di tempo nel quale si diceva
che:  “laddove  non  ci  sono  già  e  ci  sono  le  Rsa,  entro  questo  tempo  si  deve  andare  all’elezione  delle  Rsu”.
Quindi, anche se è vero che ci sono categorie dove ancora esistono le Rsa, perché non sono mai state elette
le Rsu, l’accordo del 1993 non riconosceva la Rsa  come organismo di rappresentanza che poteva fare
accordi, mentre qui, se tu in un accordo firmato tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria riconosci che ci sono le Rsu,
ma ci sono anche le Rsa, in realtà introduci due soggetti che hanno una diversa natura, in quanto la Rsu è
eletta da tutti i lavoratori mentre la Rsa è nominata dalle organizzazioni sindacali.
A questo aggiungo che le organizzazioni sindacali possono nominare le Rsa in proporzione agli iscritti che
hanno, che potrebbero anche essere pochissimi, quindi si può fare un accordo con pochissimi iscritti.
Io credo che questo sia un problema, per due possibili eventualità. La prima, se ragiono come categoria, è
che questo, visto che la Fiat adesso ha nominato le Rsa negli accordi separati che ha fatto, sia un modo per
legittimarli, c’è scritto “in caso di presenza delle rappresentanze sindacali aziendali” e noi siamo in presenza
di accordi che dicono che ci sono le Rsa e non più le Rsu. 
La seconda, e su questo io non ho ricevuto nella giornata di ieri risposte alle domande che ho posto, è che,
visto che qui non è regolato, e che ogni organizzazione ha diritto a costituire le Rsa, a un certo punto
qualcuno possa decidere di cambiare la sua rappresentanza. Come capite  questo non è un problema 7
secondario, in quanto non mi vorrei trovare di fronte ad una situazione in cui le Rsu esistono solo dove ci
sono certe condizioni di rappresentanza, mentre dalle altre parti si attivano le Rsa.
Questo è un tema che ha una sua delicatezza, usiamo questo  termine, ma, al di  là di questo  chiarimento, a
me non convince che possano esistere due diversi soggetti che hanno entrambi titolarità contrattuale.
Qui si dice, poi, e se ci pensate c’è un elemento di diversità anche rispetto al nostro contratto – che dice che
le Rsu possono fare accordi ma la titolarità è congiunta con le organizzazioni sindacali territoriali – che la Rsu
può fare accordi e le organizzazioni  sindacali, anche se non sono d’accordo con quello che sta facendo la
Rsu, cosa che può avvenire, non hanno possibilità di  iniziativa. Vi faccio un esempio che è accaduto nella
nostra categoria: nel 2000, alla Zanussi, ci fu un accordo sul job on call sottoscritto dalla maggioranza della
Rsu, ed era una maggioranza trasversale, fatta da delegati di Fim, Uilm, e anche da delegati della Fiom;
quella volta la Fiom, in disaccordo con una parte dei suoi delegati, chiese il referendum sull’accordo e il 75%
dei lavoratori lo bocciarono.
Con un accordo di questo genere un caso di quella natura rischia di non essere possibile perché quando il
50%+1 della Rsu firma un accordo a quel punto non c’è niente da dire.
Al punto sei dell’accordo si dice che “i contratti collettivi aziendali, approvati alle condizioni di cui sopra –
cioè al 50%+1 dei componenti della Rsu o della Rsa (e in questo caso si può arrivare in linea teorica anche
al voto) – che definiscono clausole di tregua sindacale finalizzate a garantire l’esigibilità degli impegni assunti
con la contrattazione collettiva, hanno effetto vincolante esclusivamente per tutte le rappresentanze sindacali
dei lavoratori ed associazioni sindacali firmatarie del presente accordo interconfederale operanti all’interno
dell’azienda e non per i singoli lavoratori”.
Questo è un punto che io proprio non condivido e lo trovo particolarmente delicato, perché se il 50%+1 di
una Rsu approva una clausola, ad esempio dice che in determinate condizioni non si possono proclamare
iniziative di sciopero, stiamo parlando di esigibilità di accordi, sono comandati i sabati e gli straordinari, ci
sono le festività, per fare degli esempi, e, come qui viene scritto, una volta che la Rsu ha deciso che quello è
l’accordo, questo vincola anche il 50%-1 che non è  d’accordo e non ha firmato, e se un’organizzazione
sindacale di quelle firmatarie, Cgil-Cisl-Uil, quindi  Fim-Fiom-Uilm, proclama – ad esempio – uno sciopero,
questo è contro questa clausola di tregua.
Immagino che a quel punto le imprese qualche cosa  chiederanno, poi si dice che non sono coinvolti i
lavoratori, però è capitato a volte che un’impresa non solo ti dica che non ti paga i permessi se c’è una
clausola di questa natura, perché  – come sapete – le imprese sono sempre molto attente, ma potrebbe
addirittura chiedere i danni per quello che avviene, non so se è chiaro come punto. Del resto non lo dico a
caso, abbiamo già delle situazioni, ci sono delle cause  aperte in giro per l’Italia, vedi Fiat New Holland a
Modena.
Siccome questa ci è stata presentata ieri come una cosa diversa dalle clausole di responsabilità introdotte
dalla Fiat, perché si dice che là arrivavano ai lavoratori, qui arriverebbero fino alle organizzazioni, vorrei
precisare un punto: a me non piacciono né quelle, né queste. Ma qui si supera il problema che la Fiat non
aveva risolto, e cioè che quelle clausole riguardavano i sindacati firmatari di quell’accordo ma non potevano
vincolare un sindacato non firmatario: se il 50%+1 di una Rsu decide, vincola anche me che al limite ho il
49% e non sono d’accordo con quello che stanno facendo, e non posso più, come organizzazione, esercitare 8
eventualmente anche il mio diritto di sciopero, quindi  io considero che questa clausola (non che c’è già
scritto che succederà questa cosa, ma comunque apre questa discussione) è stata chiesta dalla Confindustria
per questa ragione e rischia di arrivare a poter limitare anche questo diritto, che come noto non è nella
disponibilità della Cgil.
Questo è un problema molto serio e vorrei ricordare che proprio il 9 e il 10 maggio, nel documento votato
dal Direttivo, c’era proprio scritto che eventuali interventi sulla esigibilità dell’accordo non dovevano in
nessun modo mettere in discussione né il diritto di sciopero, né prevedere delle sanzioni in questa direzione.
Io mi permetto di dire che una clausola scritta così non è in grado di garantire quegli elementi, e se la
certificazione della rappresentanza permette semplicemente o di limitare questa cosa o – come arriveremo al
punto dopo – ad aprire alla derogabilità, perché non ha un voto di tutti i lavoratori e vincola anche chi non è
d’accordo, io credo che un problema importante che  noi siamo riusciti anche a regolare, quello della
rappresentanza, rischia paradossalmente di essere usato all’opposto della ragione per cui è stato messo in
piedi, che è di fare in modo che i sindacati rappresentino, siano misurabili, siano trasparenti, ma siano in
grado anche di fare accordi. 
Nel punto sette si dice che “i contratti collettivi aziendali possono – naturalmente – attivare strumenti di
articolazione contrattuale mirati ad assicurare la capacità di aderire alle esigenze degli specifici contesti
produttivi. I contratti collettivi aziendali possono pertanto definire, anche in via sperimentale e temporanea,
specifiche intese modificative delle regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro nei
limiti e con le procedure previste dagli stessi contratti nazionali di lavoro”.
Voi sapete che nella nostra storia l’anche è molto importante, avevamo nel contratto nazionale sul premio di
risultato il fatto che poteva anche essere totalmente variabile e – come è noto – a noi è servito e serve
ancora per legittimare la richiesta di salario fisso, proprio perché era anche totalmente variabile. E’ evidente
che nel caso delle intese modificate del Ccnl dire anche in via sperimentale e temporanea, vuol dire che può
essere anche strutturale.
E anche se ieri mi è stato spiegato che non bisogna dire così, io rimango convinto che qui stiamo aprendo
alla derogabilità dei contratti nazionali di lavoro; del resto mi sono andato a rileggere l’accordo separato del
2009, che la Cgil non ha firmato, e i termini che vengono utilizzato sono gli stessi, perché stiamo parlando di
intese per modificare in tutto o in parte anche in via sperimentare temporanea singoli istituti economici o
normativi disciplinati dal contratto collettivo nazionale di categoria.
Si dice poi che c’è scritto “possono definire intese modificative” e che sono i contratti nazionali di categoria
che lo decidono; vuol dire che allora noi presenteremo una piattaforma dove diciamo “no alle deroghe” e
chiediamo che il contratto nazionale non regolamenti  nessuna deroga, visto che  possono o non possono,
credo che noi possiamo anche dire che noi non possiamo o è vietato? 
E’ talmente vero quello che sto dicendo che qui il testo dice: “ove non previste – quindi vuol dire che
possono essere anche non previste – ed in attesa che i rinnovi definiscano la materia nel contratto collettivo
nazionale di lavoro applicato nell’azienda, i contratti collettivi aziendali conclusi con le rappresentanze
sindacali operanti in azienda d’intesa con le organizzazioni sindacali territoriali – qui c’è stato detto che c’è un
refuso e che verrà aggiunto “di categoria” in modo che sia chiaro che sono le organizzazioni di categoria
territoriali e non le Cgil territoriali  – firmatarie del presente accordo interconfederale, al fine di gestire 9
situazioni di crisi o in presenza di investimenti significativi per favorire lo sviluppo economico ed
occupazionale dell’impresa, possono definire intese modificative – su che cosa? – con riferimento agli istituti
del contratto collettivo nazionale che disciplinano la prestazione lavorativa – se io non ricordo male gli istituti
normativi che disciplinano la prestazione lavorativa vanno dalla malattia agli infortuni, agli orari, al salario
ecc. tutto ciò che regola la prestazione – gli orari e l’organizzazione del lavoro”.
Poi conclude dicendo che “le intese modificative così definite esplicano l’efficacia generale come disciplinata
nel presente accordo”, quindi vuol dire che le Rsu a maggioranza possono decidere.
Questo è un punto su cui ieri si è anche discusso e molti sostengono la tesi, che a me personalmente lascia
qualche dubbio, che secondo quello che c’è scritto, per fare una intesa derogabile, quando le Rsu le fanno
d’intesa con le organizzazioni sindacali, queste debbano esserci tutte, ad esempio se la Fiom non fosse
d’accordo non potrebbero essere fatte.
Io ho fatto questa obiezione, ho semplicemente chiesto perché non c’è scritto “d’intesa con tutte le
organizzazioni sindacali?”; mi è stato detto che è pleonastico, che c’è una prassi che dice che questa cosa va
considerata così.
Io spero che sia vero, spero che sia assolutamente vero; se un firmatario di un accordo mi dice che è così io
lo prendo sul serio. Mi permetto di dire che se è così e se è vero che la Fiat senza la mia firma non può
avere determinate condizioni, io sono per chiedere la riapertura ufficiale del tavolo di trattativa con la Fiat, in
modo da avere la certezza di capire che questo è elemento che funziona. Non sto scherzando, non sto
facendo il furbo: se c’è un elemento di questo genere io sono immediatamente per usarlo. Mi limito ad
osservare che su questo punto la Cgil ha fatto una cosa che è l’opposto di quello che abbiamo detto al
Congresso e di quello che abbiamo sostenuto tutti negli scioperi generali: tante volte ci è stato spiegato che i
contratti nazionali firmati da altre categorie erano importanti perché avevano impedito la derogabilità dei
contratti ed era questa la ragione per cui erano stati sottoscritti; io mi trovo di fronte al fatto che oggi la Cgil
firma il fatto che si possono derogare i contratti a qualsiasi livello, sia nazionale ma, se non è regolato
nazionalmente, anche a livello aziendale con i sindacati territoriali. Potrei quindi trovarmi di fronte a questa
discussione, che questo elemento diventa un fatto che non mi richiede l’impresa, ma che le parti, Cgil, Cisl,
Uil e Confindustria, hanno previsto e che quindi vincola anche la mia organizzazione, in questo caso, in una
discussione di questa natura.
A me pare che questo sia un problema, perché nel rapporto con i lavoratori, ma anche al nostro interno
come Fiom, in tutti gli scioperi che abbiamo fatto, abbiamo sempre detto che per noi questo è un punto non
discutibile, non accettabile.
Io trovo – l’ho detto ieri senza voler offendere nessuno, ma per correttezza – che questo sia un arretramento
e un cedimento delle posizioni finora espresse dalla Cgil e come questa era una ragione per non firmare il
contratto del 2009, secondo me era una ragione altrettanto valida per non firmare questo accordo,
altrimenti, consentitemi, non capisco perché non si è  firmato il 2009, sinceramente non lo capisco, perché
alcune cose peggiorative che sono in questo testo, in quello del 2009 non c’erano.
Capisco che vi sto tediando, ma sto seguendo in modo analitico il testo per una ragione precisa, perché
siccome siamo in una fase importante io voglio che sia chiaro il pensiero e le ragioni dell’assenso o del
dissenso; io rispetto il pensiero di tutti e mi permetto di dire – visto che c’è qui un Segretario nazionale – che 10
c’è una cosa che invece io non accetto: leggere sui giornali che la Fiom sta dicendo delle cose false. Io
penso che si può non esser d’accordo, ma non accetto che nella nostra discussione si insinui questo
elemento, perché se è così si rischia di mettere in discussione la fiducia tra le persone. Si può dire di tutto,
che possiamo dire cose sbagliate o che non siamo d’accordo, ma dire che diciamo cose false io non lo
accetto e chiedo che questa cosa venga rettificata, non per me, per la Fiom e per il rispetto della Fiom, lo
chiedo in esplicito a proposito di norme statutarie.
L’ ottavo punto dice che “le parti con il presente accordo intendono dare ulteriore sostegno allo sviluppo
della contrattazione collettiva aziendale per cui confermano la necessità che il Governo decida di
incrementare, rendere strutturali, certe e facilmente accessibili tutte le misure volte ad incentivare, in termini
di riduzione di tasse e contributi, la contrattazione di secondo livello” al fine di migliorare tutto quello che c’è.
Anche su questo io esprimo un dissenso sindacale e politico. E la ragione riguarda il ruolo del contratto
nazionale di lavoro. Se in questo testo si dice, al punto 2, laddove si dice che ci devono essere trattamenti
comuni e che, quindi, il contratto nazionale rimane la fonte primaria, io trovo qui una contraddizione: se
nello stesso testo mi si dice che quei trattamenti comuni possono essere modificati in azienda o in territorio,
e se addirittura si arriva a dire che io il salario lo tratto in modo strutturalmente diverso se lo do in azienda o
se lo do a livello nazionale.
Io trovo che questa norma, in un paese dove l’80% dei dipendenti metalmeccanici lavorano in imprese che
hanno meno di 50 addetti, e come è noto da tante  parti la contrattazione  aziendale non la fai, un
meccanismo di questo genere semplicemente rafforza quelli che la contrattazione la fanno già, non risolve il
problema di chi la contrattazione non la fa e indebolisce il ruolo del contratto nazionale di lavoro perché alla
lunga – fatemelo dire – se io posso derogare dal contratto pensate davvero che non ci siano in giro imprese
che mi chiamano e mi dicono: “se ti do 100 euro con il contratto nazionale paghi il 45% di tasse, se
facciamo una deroga e te li do con un trattamento diverso paghi il 10%”? Pensate che non ci saranno tanti
che faranno accordi di questa natura? In questo modo abbiamo incentivato la contrattazione di secondo
livello o abbiamo ammazzato il contratto nazionale di lavoro?
Io penso che siccome uno dei problemi di cui si era  discusso era quello, per il quale abbiamo fatto tante
battaglie e richieste, di chiedere che fosse detassato anche il salario del contratto nazionale o i trattamenti di
cassa integrazione, e siccome una parte di produttività  io la posso chiedere anche al contratto nazionale,
perché non posso chiedere che sia detassata anche una parte del contratto nazionale?
Con un accordo di questo genere noi siamo di fronte al fatto che anche la mia Confederazione, insieme agli
altri e non solo al ministro Sacconi che un giorno si e un giorno no insiste su queste cose, non solo dice che
va bene, ma addirittura chiede di incrementare le risorse in questa direzione.
Io su questo punto non sono d’accordo, perché mi sembra contraddittorio, allo stesso modo delle deroghe,
rispetto a dire che questo accordo rafforza il contratto nazionale di lavoro.
Io credo, invece, che cose di questa natura vanno in un’altra direzione. 
Come dicevo all’inizio, poi, c’è la parte finale dell’accordo, che è una intesa tra Cgil, Cisl e Uil e rinvia a degli
accordi di categoria.
E’ chiaro che ognuno proverà a farli ma, come è noto, non mi sembra una cosa così semplice e potremmo
trovarci anche di fronte al fatto che gli altri non ci stanno a regolare un bel nulla, oppure a condizioni che il 11
voto dei lavoratori non le prevedono.
È scritto, però, che eventuali divergenze potranno prevedere momenti di verifica; appunto, potranno. Ad
oggi le divergenze non hanno mai permesso nulla se non gli accordi separati e, insisto, non capisco perché
questa parte non sia sottoscritta anche da Confindustria, perché se c’è una cosa che ho imparato, penso
anche alle Rsu, è che se un accordo è sottoscritto anche dalla controparte è un elemento in più per chiedere
che venga applicato.
Se è un accordo tra sindacati dura fino a quando i sindacati vanno d’accordo. E in più mi chiedo: se è un
accordo tra i sindacati, a Confindustria cosa gliene frega se c’è o non c’è il voto dei lavoratori sugli accordi?
Per lei è indifferente rispetto alla validità dei contratti.
Faccio l’esempio della contrattazione aziendale; qui si dice che le categorie definiranno regole e criteri ecc.,
ma nell’accordo è già scritto che quando la maggioranza delle Rsu dice di sì per loro il contratto va bene. Io
la capovolgo: che potere contrattuale ho in un’azienda dove il 50%+1 delle Rsu ce le hanno le altre
organizzazioni? Che potere ho per dirgli: “no, voglio  il referendum”, me lo danno se hanno voglia? Perché
altrimenti perché dovrebbero darmelo quando hanno già un sistema riconosciuto anche dalle controparti che
possono fare gli accordi che vogliono e vincola anche me che non sono d’accordo e hanno già risolto i loro
problemi?
A me sembrano banali ragionamenti su materie contrattuali, non mi sembrano esercizi particolarmente
complicati, però questo è un tema che noi abbiamo di fronte e che in questo caso non ha risolto questo tipo
di problema, ed io insisto, non siamo né nel 2008,  né nel 2009 perché alle spalle abbiamo non solo gli
accordi separati dei metalmeccanici, ci sono gli accordi separati del commercio e addirittura, ed è questa
un’altra valutazione, nonostante che nel pubblico impiego ci sia la legge e la certificazione della
rappresentanza, come è noto non avere affrontato per legge il voto dei lavoratori non ha impedito di fare gli
accordi separati nemmeno lì.
E’  una mia  valutazione,  naturalmente, ma  questo  accordo,  così  come  è,  io  penso  che  non  impedisce  di  fare
gli accordi separati.
C’è poi un altro aspetto, secondo me, non secondario: il rapporto con la Fiat. C’è stato detto ieri alla riunione
dei segretari generali delle categorie, che la Confindustria ha tentato di introdurre in questo testo delle righe
che dicevano che questi accordi erano retroattivi e che la Cgil gli ha impedito di farlo.
Benissimo, io credo che sia un fatto assolutamente importante, però a questo punto mi chiedo due cose, lo
dico alla luce anche dell’intervista che ho letto oggi al ministro Sacconi su “la Repubblica”. Si dice che questo
accordo non legittima la Fiat e non dà spazi alla Fiat; la mia preoccupazione è relativa anche al fatto che
come sapete il 16 luglio abbiamo una causa importante che potrebbe essere anche decisiva. A questo punto
mi chiedo: la Fiat che cosa fa adesso? Esce lo stesso da Confindustria e non applica i contratti nazionali?
Io leggo oggi Sacconi – non è una mia affermazione,  è un giudizio del ministro – che dice che questo
accordo sul piano sindacale e politico in realtà giustifica, rende espliciti gli accordi di Pomigliano e Mirafiori al
punto che – come dice – lui non ha chiesto la retroattività, ha lasciato fare le parti, ma non capirebbe, dopo
un accordo di questa natura, perché la Fiat dovrebbe uscire dalla Confindustria e, se ce ne fosse bisogno lui
valuterà anche di fare un intervento legislativo.
Se questo è il quadro io mi chiedo: si è fatto un accordo che giustifichi il fatto che rimetti dentro anche Fiat? 12
Non sarei stato d’accordo, ma avrei capito l’oggetto: stai in Confindustria, applichi i contratti. Ma se la Fiat va
avanti per la sua strada comunque, dicendo che esce da Confindustria e non applica più i contratti perché
questo accordo non gli risolve i problemi, oppure  che non è sufficiente e noi ci dovessimo trovare nei
prossimi giorni che qualcuno glielo rende sufficiente facendogli una legge per tenerla dentro, consentitemi,
secondo me avremmo fatto un capolavoro, perché a quel punto la Fiat può fare quello che gli pare, noi
abbiamo fatto un accordo che non ha fatto rientrare Fiat, ma abbiamo esteso le clausole di tregua, la
derogabilità a tutto il resto del settore industriale del nostro paese: un capolavoro di cui non capisco
sinceramente l’esigenza.
Io mi auguro di sbagliare, ma se leggo quello che dice Sacconi qualche dubbio mi viene. Non condivido quasi
mai niente di quello che dice, ma tutte le volte che parla non lo fa mai a caso; l’esperienza che ho avuto in
questi anni è che quando dice delle cose dopo le fa anche.
Io trovo per questo insieme di ragioni sbagliato che la Cgil abbia siglato questo  testo o che voglia firmare
questo accordo, perché ieri mi è stato spiegato che è un passo avanti rispetto alla situazione che abbiamo
alle spalle e che ci apre una possibilità poi di ottenere le cose che non abbiamo ottenuto oggi in un periodo
successivo.
Naturalmente sono opinioni, ma a me questa cosa non convince; io penso che se questo è un passo avanti è
l’ultimo, perché di altri passi non te ne fanno fare; non a caso ti dicono che se vuoi il voto dei lavoratori ti
devi mettere d’accordo con Cisl e Uil che – è noto – ci stanno dicendo che non ci pensano neanche e da
questo punto di vista – ci hanno spiegato ieri le compagne e i compagni della Funzione pubblica – che
quando fecero la legge che risale a un po’ di anni  fa spiegarono che il voto non c’era anche se c’era un
impegno nell’accordo per una consultazione dei lavoratori che avrebbe accompagnato la legge, e ci hanno
spiegato che allora quello fu giudicato da tutti un passo avanti.
Sono passati quanti anni dal ’95 al 2011? Sono ancora fermi a quel passo; il secondo passo, il voto dei
lavoratori, non lo hanno mai fatto e noi siamo di fronte al fatto che di sicuro oggi questo elemento non c’è e
partiamo dal fatto che, secondo me, un accordo di questo genere non è che lo modifichi tra sei mesi o
ottieni chissà quali elementi aggiuntivi, io di questo ne sono particolarmente convinto, e per questa ragione
trovo sbagliato firmare questo accordo, perché non solo non affronta il problema del voto, ma penso che
indebolisca il ruolo del contratto, apra, con le clausole di tregua, ad aspetti delicati e formalmente apra alla
derogabilità dei contratti, e la Cgil dice che è d’accordo su una cosa sulla quale per anni ha detto che non
era d’accordo e sulla quale abbiamo anche scioperato contro.
Siccome il Direttivo della Cgil dell’11 e del 12 di luglio dovrà definitivamente esprimere un parere, io chiedo
in esplicito che questo Comitato centrale della Fiom si esprima se approvare o non approvare la relazione
che vi sto facendo e se assegnare a me, in questo caso come Segretario generale – perché non si può
impegnare nessun altro componente del Direttivo, per ragioni statutarie, credo, anche corrette – e
impegnare il sottoscritto a portare questo giudizio nel Comitato direttivo della Cgil e a chiedere – anche nel
rispetto dello Statuto della Fiom e della Cgil – che a  questo punto, siccome l’intesa è siglata ci sia una
consultazione delle iscritte e degli iscritti alla Cgil che deve essere fatta nelle aziende aderenti a
Confindustria, cioè nelle categorie in cui si applica questo contratto, non in categorie dove questo accordo
non si applica, o con lavoratori e lavoratrici, o pensionati che non sono coinvolti da questa cosa, e dico la 13
consultazione degli iscritti – vorrei precisare anche questo – perché noi non siamo in presenza di un accordo
con una piattaforma unitaria, poi non so cosa diranno Cisl e Uil riguardo al voto, ieri ci è stato detto che non
erano d’accordo, però io mi pongo un problema: la Cgil ha votato delle proposte, il Direttivo ha dato un
mandato alla Cgil di fare una trattativa e io l’accordo che è stato realizzato lo debbo poter – come sempre
avviene – rapportare tra ciò che ho chiesto e ciò che ho ottenuto e quali significati questa cosa ha, e quindi
credo che sia necessario che ci sia un pronunciamento di questa natura.
Chiedo anche che proprio perché bisogna mettere in campo una consultazione di questa natura, in cui ci
deve essere un voto certificato e che sia vincolante per la Cgil, bisogna che si dica anche che è sospesa la
firma della Cgil fino a quando non c’è la conclusione di questa consultazione e che questa consultazione deve
essere in grado di coinvolgere le lavoratrici e i lavoratori e che alle lavoratrici e ai lavoratori devono essere
portati i giudizi, anche diversi, che ci sono su questa intesa.
Voglio essere più esplicito: se il Direttivo a maggioranza dirà di sì, nulla vieta che quella è la posizione della
Cgil, ma credo che le lavoratrici e i lavoratori a ogni livello debbono essere messi nella condizione di
conoscere e di sapere che esistono anche altri punti di vista nella discussione che è stata fatta, che debbono
essere rappresentati per permettere alle persone di  poter conoscere e di poter decidere in modo molto
preciso.
Penso, poi, che noi dobbiamo confermare e proseguire il lavoro che abbiamo deciso per la presentazione
della piattaforma per il rinnovo del contratto nazionale.
Noi abbiamo un’Assemblea fissata il 22 e il 23 di settembre prossimi; quella è la sede dove noi dobbiamo
varare la piattaforma, che poi dovrà essere sottoposta al referendum delle lavoratrici e dei lavoratori, e io
penso che noi dobbiamo lavorare tra luglio e settembre sulla base della griglia che abbiamo definito e sulla
base del documento votato il 30 maggio dal Comitato centrale – tra l’altro votato con un solo astenuto –
definendo un percorso e degli impegni di tutta la Fiom.
In  quella piattaforma il primo punto che noi dobbiamo discutere con i lavoratori e rivendicare alla
controparte è che per noi – siccome qui demandano le decisioni alle categorie – nel nuovo contratto
nazionale di lavoro deve essere regolato con Federmeccanica, oltre che con Fim e Uilm che la validità degli
accordi nazionali e degli accordi aziendali è tale quando le lavoratrici e i lavoratori votano con referendum.
Questo deve diventare non solo una nostra discussione, ma una rivendicazione contrattuale per poter
sancire con certezza a livello aziendale e nazionale che gli accordi sono validi quando la maggioranza dei
lavoratori ha votato e fare di questa questione della democrazia una campagna dentro e fuori i luoghi di
lavoro, perché c’è stato detto – e io sono d’accordo – nell’ultimo Direttivo della Cgil che è partita una
iniziativa di raccolta di firme per la modifica della legge elettorale, perché si vuole tornare alle preferenze, e
c’è stato spiegato che naturalmente la Cgil in prima persona non parteciperà, ma che siccome considera
questa iniziativa una cosa importante darà una mano perché questa cosa si realizzi, io penso che sarebbe
non comprensibile se alle persone che lavorano in fabbrica gli viene chiesto di firmare perché ci sia una
legge elettorale che gli permetta di votare e di scegliere, e invece ai lavoratori non è data la possibilità di
votare sugli accordi che li riguardano. La troverei una contraddizione.
Il voto dei lavoratori deve diventare, così come la difesa del diritto di sciopero, la questione che noi siamo in
grado di far diventare una iniziativa che accompagna dentro le fabbriche la preparazione della piattaforma, 14
ma che all’esterno renda evidente che questo è un tema per noi aperto. 
Del resto credo che non dovrebbero esserci obiezioni su questa materia proprio perché le cose che anche ieri
ci sono state dette sono che la Cgil se davvero considera un primo passo una intesa di questa natura e
pensa che il voto dei lavoratori – che è una sua scelta e alla quale non ha rinunciato – debba essere
ottenuto, questa diventa non una battaglia della Fiom, ma una battaglia per la democrazia anche nei luoghi
di lavoro che credo necessariamente vedrà insieme a  noi tutta la Confederazione per fare in modo che
questo si realizzi non tra 20 o 15 anni, perché noi questo problema ce lo abbiamo adesso.
Concludo davvero su un punto, sul quale voglio essere preciso per sgombrare il campo da qualsiasi dubbio.
In tanti si chiedono: questa discussione in Cgil che vede posizioni così diverse tra Fiom e Cgil dove porta?
Cosa volete fare? Su questo, lo dico con franchezza anche perché la reazione dei nostri lavoratori, dei nostri
delegati, dei nostri iscritti, non è stata, da quello che mi hanno raccontato, di contentezza o di entusiasmo,
ma mi sembra che ci sia stata una reazione un po’ più vivace: io penso che in una fase così, noi dobbiamo
veder aumentare gli iscritti, non diminuire, e dall’altra parte deve essere chiaro che la nostra battaglia non è
una battaglia di testimonianza e che la Cgil non è una cosa diversa da noi, mi permetto di dire, anzi io mi
sento di dire che i metalmeccanici sono una parte centrale della Cgil, se non esiste la Fiom senza la Cgil e
viceversa, mai come oggi c’è bisogno che questo confronto avvenga in un’ottica che per quello che mi
riguarda è finalizzata anche a questo: se si riesce  a far cambiare idea alla  Cgil e allo stesso tempo a
determinare tra di noi una pratica anche sul piano  contrattuale che vuole estendere questo quadro, e
siccome so già che girano volantini negli stabilimenti e  iniziative vaghe di altre organizzazioni sindacali che
spiegano che alle stesse cose cui abbiamo detto di no fino ad adesso, ora diciamo di sì, e da questo punto di
vista, siccome, come è noto, noi non siamo mai abituati a raccontare delle balle a nessuno e non bisogna
mai pensare che la gente non capisce, quindi bisogna dirgli la verità, deve essere chiaro che per quello che
ci riguarda la battaglia che stiamo facendo, come Fiom, nel momento in cui chiediamo la consultazione, è
proprio perché consideriamo un errore aver sottoscritto questa intesa e pensare di confermarla e che,
quindi, la nostra è una battaglia non contro la Cgil, ma è una battaglia perché la Cgil abbia una politica
diversa e si renda conto dell’errore che sta commettendo e del fatto che è bene non che cambi linea, ma che
torni semplicemente a rispettare le cose che aveva già deciso nel Congresso e nei Direttivi che riguardavano
il voto dei lavoratori come condizione, la contrarietà alle deroghe e il fatto di non limitare mai il diritto di
sciopero.
Non c’è bisogno, quindi, che dica delle cose nuove, ma che semplicemente sia coerente con quello che ha
già detto, e lo dico perché penso che se in questi  mesi – ed è questa una delle ragioni che non mi fa
comprendere il perché in due giorni si è dovuti arrivare a un accordo – in questo paese è successo qualcosa
di nuovo penso sia anche grazie alle lotte che la Fiom e la Cgil hanno fatto e – guarda caso – la domanda
che viene è una domanda di partecipazione, di democrazia e io trovo che rischiamo di perdere il consenso e
il rapporto non solo con i lavoratori, ma anche con i  giovani, con gli studenti, con le donne, con quei
movimenti che in questi mesi assieme a noi si sono battuti per cambiare questo paese, siccome penso che
non è escluso che nei prossimi giorni di fronte a una manovra del governo, che si prospetta pesantissima, ci
sia bisogno di mettere in campo delle iniziative di mobilitazione, le persone non è che hanno due teste
diverse e che gli puoi dire in due momenti diversi delle cose opposte tra di loro, ci deve essere una coerenza 15
nell’azione che si mette in campo, e io mi permetto di dire – ed anche questo è un giudizio – che trovo
poche ragioni sindacali perché sia fatta questa intesa e troppe ragioni politiche, e non trovo accettabile in
nessun modo che per ragioni politiche si possano mettere in discussione i diritti delle persone che lavorano.
Per questa ragione io penso che noi abbiamo bisogno  di fare questa discussione con chiarezza con le
persone che rappresentiamo, perché la riconquista del contratto nazionale e la difesa dei nostri diritti passa
anche attraverso la coerenza dei comportamenti. Poi si può non farcela, perché non ne abbiamo la forza, ma
ce la giochiamo.
Il punto, però, è che ci deve essere coerenza tra quello che si dice e quello che si fa; quando questa cosa
salta senza aver neanche tentato, ma per ragioni di altra natura, si rischia non solo di far male il proprio
mestiere, ma di perdere anche il rapporto importante con le persone che si rappresentano.

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