L’ex Governatore

Raffaele_Fitto_

di LINO DE MATTEIS Ottobre 2004

UNA TRASFORMAZIONE MIRACOLOSA – DA STUDENTE MEDIOCRE – PLURI RIMANDATO – CON GRAVI DEFICIT SCOLASTICI – A GENIO DEL DIRITTO. SI LAUREA CON UNA VOTAZIONE ECCELLENTE MENTRE è CONSIGLIERE REGIONALE…..INCREDIBILE

Da giovane scapestrato e spensierato a “macchina programmata per gestire il potere”. Raffaele Fitto ha bruciato la sua giovinezza per gestire l’“azienda politica” del padre improvvisamente deceduto. E’ il prezzo più alto che ha dovuto pagare per questa scelta un po’ subita un po’ voluta, ma un prezzo ampiamente risarcito dal profumo di potere. Ne è consapevole la madre Leda, che verso quel destino lo ha spinto e che, con un leggero senso di colpa, ha ammesso poi nell’intervista a Rosanna Metrangolo pubblicata sul Quotidiano di Lecce il 18 aprile 2000 che suo figlio “ha pagato caro il prezzo del successo, ha saltato dieci anni di giovinezza”. Ma di ciò è consapevole anche lo stesso Raffaele Fitto, che dagli schermi di Telerama, nell’intervista rilasciata al direttore Max Persano, per la trasmissione “A tu per tu”, nel dicembre del 1997, ammette: “Mi manca il periodo universitario, quello che, come sento e vedo, viene da molti raccontato come il periodo in cui si hanno le occasioni e i passaggi più belli della vita. Perché, devo dire la verità, fino a diciotto anni, il periodo del liceo, è stato il periodo nel quale ne ho fatte di tutti i colori. Proprio di tutti i colori, perché ero terribile e mi sono divertito moltissimo: giocavo a pallone, scorrazzavo in moto, giravo con gli amici, ero presente in qualsiasi locale, in qualsiasi discoteca, andavo ovunque, mi divertivo, non studiavo mai”. Fa tenerezza il “ragazzo di Maglie” quando si racconta, quando ricorda il momento cruciale in cui la sua vita cambiò radicalmente, quando dovette smettere i jeans per l’abito scuro, con giacca e cravatta, quando, invece di stare seduto sulle panchine dei giardini comunali o al bar del centro con gli amici della sua età, ha dovuto trattare, giorno e notte, con vecchi bacucchi della politica, con anziani marpioni dell’imprenditoria, con persone molto più grandi di lui, che potevano essergli padri, zii e nonni. Una noia incredibile per un ragazzo così giovane.
Quando gli morì il padre, Raffaele Fitto, che era nato a Maglie il 28 agosto 1969, aveva appena diciannove anni. Robusto e paffutello, sembrava l’immagine pubblicitaria del bimbo cresciuto a suon di pappine e biscotti Plasmon. Belloccio e arrogante quanto basta, viveva in piena consapevolezza il ruolo del figlio viziato dell’uomo più potente del paese. Svogliato negli studi, discolo nei rapporti con gli altri, esuberante nello sport, timido con il gentil sesso, gaudente e turbolento, pronto a menar le mani con i giovani avversari politici. Gli piaceva giocare a scacchi, collezionare soldatini e non si era ancora premurato di pensare a cosa avrebbe fatto da grande. Ammetterà poi di essergli passato per la mente, qualche volta, che forse come professione avrebbe voluto fare il notaio. Ma, a quell’età e con una famiglia così alle spalle, il futuro gli appariva ancora lontano e, comunque, rigoglioso di possibilità che il giovane Fitto pensava di poter raccogliere in qualsiasi momento, quando ne avrebbe avuto voglia, in un tempo futuro ancora indefinito.
Lo shock subito quella notte del 29 agosto 1988, quando perdette il padre, e le vicende successive hanno condizionato la sua crescita umana, amplificando, da una parte, i suoi aspetti razionali e mortificando, dall’altra, quelli emotivi. Il suo bell’aspetto camuffa, infatti, i momenti di disagio e di goffaggine, il suo percepirsi come presenza fisica fuori luogo, in un contesto non pertinente ad un giovane della sua età. L’imbarazzo traspare talvolta dal suo eloquio, dal linguaggio e dal modo di parlare veloce e monotono, con lo sguardo sfuggente al suo interlocutore. I suoi discorsi, impregnati di asettico tecnicismo e di tortuoso burocratismo al limite del comprensibile, tradiscono lo spessore culturale, l’assenza di letture piacevolmente assaporate e assimilate nel tempo. Parlando, per esempio, della riforma agricola comunitaria, il 5 aprile 2003, durante il convegno del Gruppo dei giovani imprenditori della Federalimentari, che si svolgeva a Lecce, disse ai giornalisti che il lavoro che la Regione Puglia stava facendo con il ministro delle Politiche agricole, Gianni Alemanno, era “per cercare di portare una posizione unitaria del nostro Paese che possa ipotizzare fasi di transizione che ci accompagnino verso un percorso da modificare”.
Il governatore ammette senza difficoltà di essere stato un cattivo studente. “Sì, a scuola ero rimandato ogni anno, con il record di quattro materie. Un disastro da questo punto di vista – racconta a Max Persano, con un misto di rammarico e di spacconeria – e poi l’università è quel periodo che mi manca. Mi sono iscritto all’università nel 1987, ebbi un’operazione al ginocchio che mi tenne a Roma per qualche mese. Rientrai a Bari, dove inizia praticamente la mia vita da studente universitario. Dopo qualche mese avevo fatto un solo esame, quando successe il fatto: morì mio padre e la mia vita subì un cambiamento. Quindi – sottolinea nuovamente – se dovessi indicare un periodo che mi manca della mia vita è proprio quello universitario: è quello collegato dai 18 ai 28 anni, forse ai trent’anni, che è il periodo nel quale molti ragazzi hanno tantissime esperienze, si divertono, vivono la vita di società, di rapporti, completamente diversa. E’ quello il passaggio della mia vita che mi manca, insomma”. Non nega il governatore che qualche volta si è anche chiesto “ma chi me lo ha fatto fare?”. E questa è stata la sua risposta: “Personalmente ho avuto anche delle motivazioni particolari (la morte del padre, nda) che mi hanno indotto così giovane ad impegnarmi nell’ambito della politica e, comunque, riscontro un grosso piacere spesso per i risultati raggiunti, perché sono un momento di sintesi dei piani di lavoro, della mole di lavoro. Però, certamente, rifletto tante volte anche sui grossi sacrifici che poi, per raggiungere questi risultati ad un’età così giovane, uno deve cercare di affrontare. A tutti piace vivere la propria gioventù, forse io l’ho un po’ sacrificata”.
Ma torniamo ai banchi della scuola, dove ne combinava veramente di tutti i colori, perché si sentiva protetto, rispettato e quasi riverito dalla classe docente per via di quel padre potente. Dei suoi capricci era eloquente testimonianza il voto in condotta, sempre al limite dell’espulsione. Aveva frequentato il liceo scientifico statale di Maglie “Leonardo da Vinci” senza grande profitto. Carente in latino e fisica, la sua bestia nera era la matematica, materia nella quale veniva sistematicamente rimandato ogni anno. Nonostante i suoi grossi deficit scolastici, Raffaele non venne mai bocciato e non dovette ripetere alcun anno. Eppure, per le sue sorti scolastiche era seriamente preoccupato il preside del liceo scientifico, Giuseppe Conte, che mandò a chiamare la madre, signora Leda, alla quale esternò tutte le sue perplessità: “Ma cosa potrà fare mai nella vita questo ragazzo?”. Bocciarlo sarebbe stato un affronto troppo grande per don Totò, ex sindaco della città e uno dei personaggi più importanti dell’intera regione. Rimandarlo continuamente a settembre in tre o quattro materie (e sempre comunque in matematica) era il compromesso minore per alcuni dei suoi insegnanti, che, in questo modo, non avrebbero arrecato dispiacere al padre e avrebbero, contemporaneamente, salvato la faccia nei confronti dei compagni di classe più studiosi.
A farne le spese era soprattutto il professor Latino Puzzovio, democristiano, amico personale del padre e uomo fidato dell’entourage di Fitto, a cui il presidente affidava il figlio durante l’estate per fargli recuperare il ritardo negli studi. In un modo o nell’altro, comunque, agli esami di riparazione, il rimandato di lusso riusciva sempre a rimediare la promozione all’anno scolastico successivo. “Ogni anno mi bocciavano in latino o in fisica. E sempre comunque in matematica”, ha raccontato egli stesso al giornalista del settimanale del Corriere della Sera, “Sette”, Cesare Fiumi, in un servizio pubblicato il 15 marzo 2001, “ho passato estati angoscianti a studiare: sempre sui libri a rimediare, prendendo lezioni private dal professor Puzzovio. E pensare che il mio primo incarico in Regione è stato di assessore al Bilancio. Telefonai al professore che non voleva crederci e ci facemmo due risate”. In qualche modo Raffaele riuscì a prendere la maturità scientifica, ma con un voto di 38/60 che, da solo, testimoniava tutte le difficoltà della sua carriera scolastica.
Restano un mezzo mistero, quasi “clandestini”, i suoi studi universitari.
Nel suo articolo Cesare Fiumi racconta che il governatore “aveva appena iniziato un cammino universitario, facoltà di Legge, che sarebbe stato gonfio di stenti: due tentativi per passare Economia politica, tre per Diritto commerciale, quattro per Procedura penale. Con tesi, infine, sull’iniziativa legislativa della Regione, dove sedeva ormai da quattro anni”. E’ questo, probabilmente, l’unico riferimento giornalistico rintracciabile sulla carriera universitaria del governatore. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza all’università di Bari, ha svolto i suoi studi e si è laureato mentre era consigliere regionale. Un impegno solenne preso con la madre e mantenuto, quello di laurearsi. Ma dei suoi passaggi universitari non si conosce quasi nulla. Ai cronisti non sono solo sfuggiti i suoi esami, quando e con chi li ha sostenuti, ma è sfuggita anche la sua seduta di laurea, svoltasi il 31 marzo 1994, dalla quale è uscito con un voto di 108/110, dopo aver sostenuto una tesi in Diritto costituzionale, dal titolo “L’iniziativa nella formazione delle leggi ordinarie”. Tra un impegno politico e l’altro, l’allora consigliere regionale era riuscito a laurearsi con un curriculum di studi universitario che registrava, in media, un profitto più alto di quello scolastico: aveva preso un solo 30 e lode in Diritto comune; poi 30 in Diritto costituzionale, Filosofia del diritto, Diritto canonico, Diritto del lavoro, Diritto ecclesiastico, Diritto penale, Diritto romano e Diritto tributario; 28 in Diritto internazionale, Diritto amministrativo, Scienza delle finanze; 27 in Diritto privato, Diritto civile, Storia del Diritto italiano; 26 in Storia del Diritto romano; 25 in Economia politica; 24 in Diritto romano; 21 in Diritto commerciale; 20 in Procedura penale; 19 in Diritto protestuale civile.
Non poteva mancare la passione per il pallone, anche se la sua carriera come calciatore ebbe precocemente termine per via di un incidente al ginocchio. Militava in quarta serie, nella squadra del Maglie, ma in campo il suo gioco era troppo irruente, picchiava duro e spesso veniva espulso dall’arbitro per scorrettezze e irregolarità. Una cosa che lo faceva imbestialire e, quando avveniva, si allontanava dal campo imprecando contro l’arbitro e i suoi avversari, i quali, naturalmente, erano sempre i responsabili degli incidenti da lui provocati. Ufficialmente, si era allontanato dai campi da gioco per un problema ai legamenti, ma qualcuno parla anche di incomprensioni pesanti con la società, che non voleva correre il rischio di subire gravi penalità per colpa del suo comportamento.
Tifoso sfegatato della Juventus, a Raffaele Fitto piace ricordare i suoi anni ruggenti di giovane e rissoso calciatore. “Ho un ricordo particolare del mio impegno calcistico – ha raccontato ancora a Telerama – perché ho giocato nelle giovanili del Maglie, ho fatto tutta la trafila, dai pulcini, agli esordienti, ai giovanissimi, all’under 18, ed ho avuto anche la possibilità di esordire in prima squadra in quarta serie. Mi ricordo che in una partita, nella quale c’erano molti infortuni e assenze, mi ritrovai in panchina e poi in campo: avevo 17 anni, giocavamo contro il Crotone. Il Crotone era primo in classifica, aveva uno squadrone con dei giocatori che all’epoca erano fortissimi, che erano scesi di categoria per vincere il campionato. C’erano seimila persone, e mi ricordo che entrai in campo all’inizio del secondo tempo per un ennesimo infortunio di un altro che giocava: quindi, non tanto per meriti miei, ma per un’epidemia che si era creata. Me la cavai, perdemmo quattro ad uno, non me lo dimenticherò mai. Però io feci la mia parte. E non dimenticherò mai un aspetto: che ero così emozionato, così teso che il primo intervento che feci lo sbagliai completamente, feci un fallaccio e fui ammonito, immediatamente, appena entrato in campo”. L’onda lunga dei suoi trascorsi calcistici lo prende sempre quando li ricorda: “Poi ho giocato qualche altra partita, ho fatto una decina di presenze in quarta serie. L’anno dopo andai a giocare invece in Promozione a Calimera, e dopo quattro-cinque partite, andate molto bene, mi fracassai il ginocchio, perché mi sono rotto tutti i legamenti e, quindi, cominciò una trafila diversa, che fu quella di un intervento chirurgico, con la ricostruzione dei legamenti, che è durata molto tempo. Poi, dopo questa vicenda, ho giocato a livello così, con degli amici. D’estate faccio sempre il torneo dei partiti nella mia città”.
Gli è rimasto il tifo per la Juventus, uno dei pochi svaghi che si concede riuscendo a trovare il tempo, tra una Giunta e l’altra, per seguire i suoi beniamini nelle occasioni importanti pure all’estero, come per la finale di Champions League, che si tenne a Manchester il 27 maggio 2003, tra la sua Juventus e la squadra di Silvio Berlusconi, il Milan. Nessuno sconto su questo piano al Cavaliere: Fitto avrebbe fatto il tifo per la sua squadra anche se fosse stato a fianco a Berlusconi in tribuna. “Su questa questione io e il presidente siamo su posizioni contrastanti”, disse ai cronisti, “esulterò allo stesso modo anche se dovessi trovarmi al suo fianco. Di fronte alla Juve non guardo in faccia nessuno. Ognuno tifa per la sua squadra. Su questo argomento non si discute”. La democrazia sportiva in Forza Italia era insomma assicurata.
Prima della morte del padre, Raffaele frequentava, come tanti giovani della sua età, le discoteche della zona e, per un certo periodo, aveva cercato di darsi un tono andando in giro con la custodia di una chitarra regalatagli dal padre perché imparasse a suonare. Ma non era proprio portato per la musica, tanto che preferì vendere la chitarra e con quei soldi mise a posto la moto, su cui si pavoneggiava andando a scuola ed esibendosi nei luoghi di ritrovo dei ragazzi magliesi. Sensibile al gentil sesso, si favoleggia di memorabili cazzottate tra bande di giovani per questioni di donne, alle quali prendeva volentieri parte. Vere e proprie missioni punitive, per colpire qualche banda di ragazzi dei paesi vicini, colpevoli di infastidire le ragazze magliesi.
Il governatore è proprio, come si dice, un “buon partito”, da qualsiasi parte lo si guardi e non solo in termini politici. E’ il ragazzo che ogni suocera vorrebbe con piacere come genero. Giovane, bello, ricco, potente, ha tutte le carte in regola per scegliersi l’anima gemella che preferisce. Ma questo è un terreno particolarmente delicato su cui Raffaele Fitto non vuole sbilanciarsi. Non che gli manchino le ammiratrici e le spasimanti, ma una scelta ufficiale, pare, non l’abbia ancora fatta. Di compagne ne ha avute, ma tutte storie poco impegnative, finite così com’erano cominciate. Anche perché qualcuno ha sostenuto che, tra una madre così presente nelle scelte del figlio e un figlio tanto rispettoso della madre, non c’era molto posto per una moglie. Ad una domanda del genere, fatta dalla giornalista delQuotidiano di Lecce, Rosanna Metrangolo, la signora Leda si era tirata fuori così: “Ne ho viste tante di fidanzate di Raffaele, una in più o una in meno non fa differenza”. Eppure a Lecce, per un certo periodo di tempo, nei salotti buoni della città, era risaputo che facesse coppia fissa con Gabriella De Donno, nipote del sindaco di Lecce, Adriana Poli Bortone, di Alleanza nazionale. “Sono fidanzati”, ammise la madre Leda, aggiungendo, come per tagliare corto sull’argomento, “ma nulla di ufficiale. Una cosa posso dire con certezza: Raffaele è refrattario al matrimonio”.
A trentacinque anni Raffaele Fitto resta tenacemente single e preferisce non parlare della sua vita personale. “Difendo la mia privacy – risponde ogni qualvolta qualcuno tocca questo argomento – anche se mi attribuiscono due fidanzate a settimana”. Non saranno due, ma per qualche flirt è stato anche scoperto in flagrante, come con l’aspirante attrice e finalista di miss Italia 1999 Erminia Castriota. La ragazza confessò a Cristiana d’Alessio, in un articolo pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno il 14 febbraio 2001, il giorno di San Valentino, che quella con Fitto era “una profonda amicizia che potrebbe avere sviluppi”. I due erano stati visti più di una volta insieme al Gorgeus, uno dei ristoranti più esclusivi di Bari.
Il suo primo amore? “Avrò avuto 13 anni”, ha centellinato il governatore alla cronista de La Gazzetta del Mezzogiorno, Daniela D’Ambrosio, che, sempre per la festa di San Valentino, cercava inutilmente di sapere da lui qualcosa della fanciulla che gli aveva fatto battere il cuore tra i banchi di scuola. Ma lo scapolo più ambito della regione resisteva a denti stretti a qualsiasi domanda sull’argomento: “Se mai un giorno ci fosse qualcosa da sapere, lo saprete a fatto compiuto”, tagliava corto.
Ma in occasione del premio “Rodolfo Valentino”, che si tenne a Lecce il 7 dicembre 2003, il bel governatore si presentò accompagnato da una bella ragazza in abito rosso lungo. I bene informati dissero che si trattava della leccese Adriana Panzera e che poteva essere l’ultima fiamma del governatore. I due sedettero insieme nella prima fila del politeama Greco, accanto a Cristian De Sica. Una foto li ritrae mentre lei, con un gesto delicato, gli tocca il braccio, come per invitarlo a guardare in direzione di qualcuno. Una relazione che sembra seria visto che dura a lungo. Un anno e mezzo dopo, infatti, il 22 luglio 2004, Fitto e Panzera si concedono di nuovo insieme alle telecamere e ai fotografi nell’elegante parterre dell’inaugurazione del Festival della Valle d’Itria a Martina Franca.
Il “Fitto-pensiero” sui problemi del cuore e degli intrecci tra vita personale e impegno politico-istituzionale, il governatore lo affidò, il 4 giugno 2000, a Michele Cozzi de La Gazzetta del Mezzogiorno, che lo aveva intervistato a proposito di una esternazione del suo collega toscano, Claudio Martini, che aveva confessato pubblicamente di essersi lasciato con la sua compagna per i troppi impegni politici. Erano ancora freschi gli echi del sexgate (la vicenda della relazione tra il presidente americano Bill Clinton e la stagista Monica Lewinsky) e il presidente della Regione Toscana, in un’intervista ad un quotidiano locale, aveva reso nota la fine della sua storia d’amore con la sua compagna. Aveva confessato l’amarezza di un rapporto decennale andato in fumo per la difficoltà di conciliare amore e lavoro, l’iperattivismo dell’uomo pubblico e i sentimenti e le debolezze di quello privato. Il governatore toscano aveva, insomma, ammesso pubblicamente: “Sacrifico alla politica la vita di coppia”. E il governatore pugliese che ne pensava? “I fatti miei sono solo fatti miei”, replicò secco Raffaele Fitto, “i sentimenti non possono essere uno spettacolo. Tengo alla mia riservatezza e non credo si debbano pubblicizzare le vicende personali. Va demarcata la vita pubblica da quella privata”.
Dei suoi sentimenti aveva parlato in pubblico ed approfonditamente solo nell’intervista a Telerama. Al giornalista Persano che gli chiedeva se si sentiva corteggiato, Fitto rispose con un tocco di vanità: “Beh, sì. Sicuramente ho mille occasioni nella quali posso verificare attenzioni nei miei confronti”, e aggiunse, “sì, ricevo telefonate, ricevo molte lettere, alle quali rispondo perché mi piace, comunque, mantenere il rapporto. Una buona parte delle lettere sono rivolte a me personalmente, con valutazioni che non c’entrano niente con la mia attività politica e che, comunque, mi fanno piacere, perché poi è anche un’occasione per essere apprezzato diversamente. In una vita nella quale poi rischi di essere preso totalmente dall’attività, è quindi un fatto positivo quello di riuscire a diversificare anche i rapporti. Questo è un fatto importante”. E poi accennava spontaneamente all’imbarazzo per gli autografi: “Una cosa che mi imbarazza molto, è successa qualche volta durante le campagne elettorali, quando mi hanno chiesto un autografo. Una cosa imbarazzante, mi sono trovato di fronte ad una tragedia personale. Ho cercato di rifiutare in maniera cortese, perché mi sembra una cosa un po’ esagerata. Io mi ci vedo più a chiederlo un autografo”. Ma Raffaele Fitto ammetteva con pudicizia che a lui, in fondo, la notorietà piaceva. “La popolarità – diceva nell’intervista – l’aver ottenuto dei risultati importanti, questo rapporto con tantissima gente, sì, è un fatto che mi fa piacere, ma che poi anche, tante volte, mi mette in difficoltà. Ecco, questo eccessivo protagonismo, che giocoforza sono chiamato a svolgere è una cosa che vivo con un rapporto particolare. Non è una cosa per la quale mi sento totalmente felice, ecco. La vivo con un poco di disagio interno, personale”.
“Senti, Raffaele, pensi di sposarti un giorno?”, la domanda di Persano piombò nello studio televisivo come un macigno. Imbarazzata la risposta dell’allora consigliere regionale Raffaele Fitto: “Si, sicuramente. Al momento non mi sono mai sentito psicologicamente pronto per pensare a qualcosa del genere. Però, ecco, l’obiettivo di avere una famiglia, sicuramente, avere dei figli… Adesso penso che sia prematuro questo discorso per me, sia per l’età, perché io ho 28 anni, sia perché ritengo che un uomo debba essere maturo e deciso per compiere una scelta del genere e per evitare magari delle decisioni avventate. Io riscontro con dispiacere che ci sono tanti amici, tante situazioni nelle quali i matrimoni nascono e finiscono in un tempo molto breve. E questo non è un fatto positivo. Io penso – aggiunse – che ogni ragazzo e ragazza debbano formarsi nella vita in maniera diversa, per poi cercare di compiere la scelta giusta nel momento in cui si incontra la persona della propria vita. E’ chiaro che questo poi può avvenire subito, può avvenire in un certo momento, in qualsiasi momento della vita. Comunque, su questo ci penso spesso, ed è una cosa sulla quale mi interrogo avendo dei modelli di riferimento, anche familiari, ai quali mi piace guardare”.
Il matrimonio, insomma, può aspettare: non è cosa che rientra nei programmi a breve scadenza del governatore. Raffaele Fitto preferisce, invece, darsi ai viaggi, “viaggiare in compagnia, con una compagnia con la quale mi ritrovo bene e ho piacere a viaggiare”, confessò a Telerama. “Viaggio molto quando posso, che è un modo anche per staccare con il mio lavoro. Io d’estate o d’inverno, parlo di Capodanno o di Ferragosto, per capirci come periodo, vado una decina di giorni fuori, lontano da tutti. Lo faccio per cercare un posto nel quale non ci sono quotidiani italiani, non funziona il telefonino, non incontro nessuno che conosco”. Preferisce viaggiare con una ragazza più che con gli amici, “anche perché con gli amici ho viaggiato più volte e devo dire che solo in pochissime circostanze mi sono trovato bene: quando sono partito con amici con i quali c’era grandissima sintonia e affinità. Però non è semplice viaggiare con gli amici. Sul viaggio con gli amici poi io ho un approccio diverso: se un ragazzo ha la sua vita normale, il viaggio con gli amici è stimolante, perché può anche immaginare la ricerca dell’avventura, una serie di situazioni anche carine, nelle quali ci si può confrontare. Io invece ho un periodo limitato di tempo per il viaggio, quindi preferisco viaggiare in posti che a me piacciono, che scelgo io, e possibilmente in dolce compagnia, perché è un modo per riposarmi, per rilassarmi. Ma con una compagnia però che mi faccia realmente riposare, rilassare e stare bene”.
Qualche volta il governatore ha anche pensato di mollare tutto, magari nel bel mezzo di una seduta di Giunta. Un sogno irraggiungibile: lasciare quei vecchi bacucchi per correre dietro alla sua giovinezza; trovarsi in qualche altra parte, magari su un campo di calcio a inseguire un pallone; fuggire dal cliché che il destino gli ha assegnato; lasciare quel ruolo barboso, anche se prestigioso e potente, di presidente della Regione Puglia. Ma i sogni restano sogni e per spezzare quella catena ci vorrebbe una grande forza d’animo, più forte di quella che lo tiene legato agli onori e al potere che gli derivano dal suo ruolo. “I miei anni li ho vissuti in maniera diversa dai miei coetanei”, ha raccontato all’edizione barese de la Repubblica, il 7 febbraio 2001, “la mia non è certo la vita di un ragazzo normale. E’ fatta di sacrifici, limiti, stress, problemi e fine settimana passati a lavorare. Le responsabilità gravano in modo visibile su di me. Ma è la vita che ho scelto di fare e non mi va stretta. Tuttavia cerco di ritagliarmi spazi, la sera trovo il modo di staccare. Mi concedo qualche uscita, raramente vado in discoteca, ma è un’operazione tutt’altro che semplice. La notorietà a volte è un peso. Cerco di bilanciare. Di segnare sempre una linea di demarcazione tra il presidente della Regione e Raffaele Fitto. Non nascondo che è difficile”.
Immagina la vecchiaia in una antica masseria, circondato dalla famiglia e dai figli. Gli piace ballare in discoteca ma deve contenersi e per scatenarsi è costretto ad andare fuori, “perché qui ti senti sempre un po’ troppo osservato. E’ un rapporto strano, hai difficoltà perché ti senti osservato e facilmente commentato. Mentre quando vado fuori, mi libero e ballo, mi diverto”. Così come gli sarebbe piaciuto essere presente al raduno degli “orientisti” del 27 ottobre 2002 ad Alberobello, per partecipare al campionato del mondo di orienteering tra trulli e sassi. Uno sport che ti porta a contatto con la natura: bussola in una mano, carta topografica nell’altra e via, di corsa, o semplicemente passeggiando, verso il traguardo, passando per boschi, tratturi, colline e centri abitati. Aveva assicurato che, salvo impegni istituzionali, si sarebbe presentato, equipaggiato da perfetto orientista, alla prova del “Park World Tour”. Ma, ancora una volta, vinsero gli impegni istituzionali e il governatore non si presentò.
Suo padre in realtà lo vedeva poco, era troppo impegnato nella politica per seguire da vicino la crescita dei figli. Ma, tra i ricordi più belli, prima della sua scomparsa, Raffaele annovera proprio quelli in cui la famiglia era unita, soprattutto d’estate, quando si trasferivano per la vacanza nella loro casa di Otranto o quando andavano in barca. A Max Persano che, durante l’intervista televisiva, gli chiese di raccontare un ricordo tenero o particolare legato alla sua famiglia, di quando era ragazzo o bambino, Raffaele rispose così: “Il ricordo è uno degli ultimi, diciamo, prima che morisse mio padre. Ma non è un ricordo differente rispetto a tanti altri. Però penso che sia molto significativo, che è quello del viaggio che abbiamo fatto in barca in Grecia, pochi giorni prima dell’incidente, nel quale eravamo tutti insieme e siamo stati molto bene, come spesso accadeva quando partivamo in montagna o in mare”.
Di viaggio ne rammentò anche un altro, quello compiuto con la sorella Carmela. “Fu un viaggio bellissimo – raccontò – che non dimenticherò mai, con mia sorella in California. Avevo sedici anni io e quattordici anni lei, a San Diego in college. Arrivammo, verificammo che il college era brutto, impraticabile e che si studiava. Ci affittammo un camper, a sedici anni in America lo affittano, e girammo in lungo e in largo tutta la California, dando notizie ai miei, in Italia, che eravamo in college, quando dal collegechiamavano per dire che eravamo scomparsi. E quindi, mio padre e mia madre ricevevano due telefonate al giorno: la nostra di rassicurazione che davamo del pazzo a chi telefonava e l’altra di chi diceva di non avere nostre notizie e che eravamo scomparsi. E noi giravamo in lungo e in largo per la California, sino al Messico. Un viaggio bellissimo”. Il governatore chiama affettuosamente la sorella più piccola “la pazzerella” e gli piace ricordare che con lei ha un ottimo rapporto.
Anche con il fratello più grande di due anni, Felice, che fa il medico ortopedico, ha un buon rapporto. “Si è specializzato – diceva di lui Raffaele – da poco in ortopedia a Bari e, quindi, ha ottenuto già dei risultati molto importanti nell’ambito dei suoi studi. E di questo sono molto contento. Professionalmente non ho avuto modo di sperimentarlo, e spero di non averlo… Mi dicono che, comunque, è bravo e spero che possa dimostralo e affermarsi nella professione, che è una cosa a cui lui ci tiene”. Inevitabile la domanda sul perché non si fosse presentato il fratello maggiore alla competizione elettorale, dopo la morte del padre. A lui interessava la politica? “No, a lui direttamente non interessava – rispose Raffaele – . Io penso che c’è stata una valutazione non discussa, una valutazione naturale, nel senso che a me questa cosa dell’impegno politico piaceva da sempre. Anche lui seguiva le campagne di mio padre, per carità, è sempre stato impegnato, così come, in qualsiasi occasione, è sempre pronto a darmi una mano. Però per questo tipo di attività ci vuole una costanza e una predisposizione molto particolare, che lui non ha, che forse io ho. Ma, al di là di questo, io penso che lui abbia fatto una scelta ottima, che gli ha dato dei risultati eccezionali, perché si è laureato con il massimo dei voti e, quindi, sono contento per quello che sta facendo, molto contento”.

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