L’era del consenso

George_Monbiot

di George Monbiot 18 dicembre 2003

Senza democrazia globale, la democrazia nazionale è impossibile. Se non mi credete, guardate che cosa è successo a Luiz Ignazio da Silva. Prima di diventare presidente del Brasile, Lula aveva promesso di trasformare il modo di governare il paese. L’economia sarebbe stata gestita in nome della società, anziché la società in nome del’economia. Beh, credo che sia giusto dire che che ha fatto del suo meglio. Ma il Brasile sembra

ancora un’economia neoliberista. La ragione è evidente: le decisioni economiche fondamentali non vengono prese da lui, ma dagli speculatori finanziari e dal Fondo Monetario Internazionale. Anche se i nostri rappresentanti volessero cambiare il modo di governare i nostri paesi, non sarebbero capaci di farlo. Diventano tecnocrati, manager di condizioni loro imposte.

Lo spostamento del potere verso la sfera globale è la ragione per cui quasi tutti i partiti politici della terra hanno adesso politiche simili. Le loro politiche sono predeterminate dalle banche e dagli speculatori finanziari, dalle grandi imprese e dalle istituzioni. A livello nazionale, c’è democrazia ma non c’è scelta. Il grande dilemma della nostra epoca è cosa accidenti pensiamo di fare in proposito.

Molti nei nostri movimenti hanno risposto a questo problema in due modi in qualche modo connessi. Il primo è cercare di riprendere il controllo della politica trascinandola all’unico livello a cui la vera democrazia si può dire possa funzionare: quello delle comunità locali. Il secondo è accettare che la democrazia rappresentativa ha fallito, e dunque abbandonarla a favore della democrazia “partecipativa” o “diretta”. Comprendo e simpatizzo con entrambe le posizioni. Ma credo che siano risposte inadeguate alle sfide che ci stanno di fronte.

Tutte le questioni che ci stanno più a cuore – il cambiamento climatico, il debito internazionale, la proliferazione nucleare, la guerra, la bilancia del commercio tra le nazioni – posso essere risolte solo a livello globale o internazionale. Senza provvedimenti globali, è impossibile capire come si possa distribuire la ricchezza dai paesi ricchi a quelli poveri, tassare i ricchi mobili e il loro denaro ancora più mobile, controllare i trasferimenti di rifiuti tossici, sostenere il bando alle mine antiuomo, impedire l’uso di armi nucleari, favorire la pace tra le nazioni o impedire che i paesi più potenti costringano i più poveri a commerciare alle loro condizioni. Lavorando solo a livello locale, lasciamo queste questioni, le più critiche, nella mani di uomini che si sono autonominati alla guida del mondo.

Tutto quello che cerchiamo di implementare a livello locale, inoltre, può essere distrutto a livello globale o continentale. Si pensi a cosa l’ALCA ha fatto alla protezione ambientale. Si pensi a cosa farà il GATS all’istruzione e alla sanità pubblica. Si pensi a cosa hanno fatto i sussidi europei ai contadini dei paesi in via di sviluppo. Ignorare il problema della governance globale non lo fa scomparire. Sta succedendo adesso. Continuerà ad accadere, con o senza di noi. E – ed è questa la scomoda verità con cui dobbiamo confrontarci – deve accadere, se non vogliamo che le questioni che ci preoccupano vengano risolte semplicemente dalla forza bruta dei potenti.

Mi sembra, in altre parole, che non basta pensare globalmente e agire localmente, per quanto importante possa essere. Dobbiamo agire pure globalmente. Il nostro compito non è rovesciare la globalizzazione, ma appropriarcene e usarla come veicolo per la prima rivoluzione democratica globale dell’umanità.

Adesso mi risponderete, “Ma stiamo già operando a livello globale. Non conosci le proteste di Seattle, Cancun, Genova e centinaia di altre città? Non conosci il Forum Sociale Mondiale e le riunioni preparatorie? Non stiamo già facendo tutto il possibile per prendere il controllo della politica globale?”

La mia risposta è che questi sono gli sviluppi politici più entusiasmanti degli ultimi decenni, e che abbiamo dato vita a un movimento che ha davvero la possibilità di cambiare il mondo.

Ma abbiamo due problemi fondamentali da affrontare, se siamo seriamente impegnati nella lotta per la giustizia globale. Il primo è che, per quanto ampi e ispiratori i nostri siano i nostri movimenti, non sono ancora riusciti a scuotere le poltrone del potere, e non danno ancora l’impressione di essere in grado di farlo. Abbiamo giustamente smascherato, per esempio, le vergognose richieste commerciali dei paesi ricchi, e abbiamo aiutato alcuni paesi più poveri a trovare il coraggio di affrontarli, contribuendo a far crollare l’odiata Organizzazione mondiale del commercio. Ma questo ha fermato le ingiustizie? Nemmeno un po’. L’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno scoperto che in realtà stanno meglio senza l’OMC. Hanno firmato una serie di accordi bilaterali con la maggior parte dei paesi più deboli, accordi che sono ancora più appressivi delle politiche che cercavano di imporre attraverso l’organizzazione del commercio. Abbiamo scoperto, in altre parole, che l’OMC non era il potere, semplicemente l’organizzazione attraverso la quale il potere veniva esercitato. Abbiamo contribuito a distruggere un simbolo del potere. Non abbiamo fatto niente per impedire l’esercizio del potere.

Il secondo problema è che, sebbene più di qualunque altro gruppo globale possiamo rivendicare di parlare a nome del mondo, noi non siamo il mondo. La maggior parte di noi che andiamo ai social forum nazionali e globali, che viaggiamo dalle nostre capitali ad altre per protestare, che riempiamo il ciberspazio e la pagina stampata con le nostre opinioni e dibattiti, siamo i membri di una minoranza privlegiata. Abbiamo tempo, denaro, passaporto, istruzione e accesso alla tecnologia.

Al Forum Sociale Europeo di novembre, sono rimasto colpito da quanto fosse giovane e bianco il pubblico delle riunioni. Era meraviglioso che giovani bianchi si riunissero in tanti per discutere di questioni trascurate dalla politica istituzionale. Ma abbiamo parlato e discusso come se stessimo parlando e discutendo a nome di tutti. La politica partecipativa è importante e di grande valore, ma a qualunque livello al di sopra della comunità locale, diventa politica rappresentativa, come una sola differenza: che ci autoeleggiamo per rappresentare tutti gli altri.

Mi sembra che questi due problemi siano strettamente interconnessi. Il nostro potere è limitato in parte perché il nostro mandato è limitato. In tutte le epoche storiche, chi cercava la democrazia in condizioni dittatoriali aveva due fonti di potere. La prima è la forza delle armi. La moderna tecnologia militare fa sì che rovesciare il potere esistente attraverso sollevazioni popolari armate sia diventato praticamente impossibile. Se cercassimo di prendere d’assalto Guantanamo Bay, la Bastiglia del mondo moderno, salteremmo in aria prima ancora di esserci avvicinati. Il terrorismo, naturalmente, rimane un’arma efficace. La richiesta di Bin Laden, che venissero rimosse le truppe americane dall’Arabia Saudita, sono state silenziosamente soddisfatte dalla superpotenza. Ma come tutti i mezzi rivoluzionari violenti, il terrorismo è inerentemente antidemocratico. Richiede secretezza, mentre la democrazia richiede trasparenza e una chiara ripartizione delle responsabilità. Dà potere a chi ha mezzi violenti, ed è probabile che costoro, una volta raggiunti i loro obiettivi iniziali, li rivolgano contro i cittadini che non sono d’accordo.

Rimane quindi un’unica fonte legittima di potere: l’autorità morale. È stata la forza che ha aiutato a deporre Marcos, Ceauseascu, Suharto, Milosevic, de Lozada e Shevardnadze. È la forza che in una certa misura già possediamo – perché mai altrimenti James Wolfson, capo della Banca mondiale, avrebbe fatto domanda per intervenire al Forum sociale mondiale lo scorso anno? È una forza che possederemmo in misura molto, molto maggiore se potessimo dimostrare che rappresentiamo i popoli del mondo, anziché solo noi stessi.

A fianco dei nostri forum partecipativi, in altre parole, dobbiamo costruire un forum rappresentativo. Abbiamo bisogno di un parlamento mondiale.

Molte persone la considerano un’idea disgustosa, e capisco perché. La democrazia rappresentativa a livello nazionale e regionale sembra già abbastanza un disastro. Perché mai vorremmo replicare quel sistema a livello globale? E se la vera democrazia può funzionare solo a livello della comunità, sicuramente una volta che si raggiunge il livello globale, sarebbe una versione piuttosto scadente dell’ideale ateniese (o zapatista).

La risposta alla seconda domanda è si, lo sarà. Ma vi chiederei questo. Se non con questi mezzi, allora con quali? Non avere un parlamento mondiale è pure una decisione. È la decisione di consentire che il mondo continui a essere governato da un gruppo autoeletto di uomini provenienti dai paesi ricchi. Un parlamento mondiale è una soluzione tutt’altro che perfetta al problema della governance globale. Ma come soluzione non è neppure lontanamente malvagia come l’alternativa: permettere alla dittatura globale di risolvere i problemi al posto nostro.

La risposta alla prima domanda è pure sì. Il modello di democrazia parlamentare o congressionale nazionale, esistente nella maggior parte del mondo, è un terribile modello su cui basare un nuovo sistema. È stato corrotto dagli interessi finanziari, da sistemi di voto ingiusti, dal potere delle grandi imprese e dal controllo dei media. Ma ci sono molte lezioni che possiamo imparare dai fallimenti del nostro sistema, e in The Age of Consent suggerisco un certo numero di tutele che potrebbero rendere un parlamento mondiale radicalmente diverso dai parlamenti nazionali. Cosa più importante, deve appartenere alla gente sin dall’inizio del processo. Con le nostre estese reti internazionali, siamo in una buona posizione per cominciare a costruire dal basso un’assemblea rappresentativa.

In primo luogo, immagino che questo parlamento opererebbe puramente attraverso la sua autorità morale. Il suo obiettivo sarebbe quello di redigere principi per una buona governance globale, valutare in base a questi principi la performance di altri organismi internazionali, e chiedere che rispondano delle loro azioni quando si scopre che non soddisfano questi principi. Questi organismi si troverebbero così di fronte a una scelta difficile: ignorare le richieste del parlamento, nel qual caso abbandonerebbero ogni pretesa di operare nell’interesse pubblico, o rispettare le mozioni, nel qual caso riconoscerebbero e accrescerebbero l’autorità del parlamento.

Quello di cui stiamo parlando, in altre parole, è uno strumento per indurre gli organismi della governance globale a rispondere alle richieste della gente. Ma questo significa che sarebbe debole se applicato agli organismi attuali, la maggior parte dei quali sono costituzionalmente obbligati a rappresentare solo gli interessi delle maggiori potenze. Sarebbe uno strumento potente se applicato a un sistema costituzionalmente giusto. Il nostro obiettivo successivo è creare un sistema di tal fatta.

Il mio punto di partenza nel cercare di immaginare come potrebbere essere un sistema del genere è questo: l’unica cosa peggiore di un mondo con le istituzioni globali sbagliate è un mondo senza istituzioni globali. Abbiamo visto com’era: cinquecento anni di colonizzazione, furto, pirateria, assassinii e genocidi da parte degli europei. Naturalmente, il sistema di governance globale esistente, controllato dalle maggiori potenze, non ha impedito che la maggior parte di queste cose si verificassero ugualmente in tempi recenti, ma questo non è un argomento contro la governance globale. È un argomento a favore di un sistema politico globale che appartenga ai popoli della terra.

Assumiamo per il momento di avere gli strumenti per mettere su qualunque sistema vogliamo. Come sarebbe? Mi sembra che dovrebbe fare quello che le istituzioni globali esistenti sostengono di fare ma non fanno. In altre parole, abbiamo bisogno di un organismo in cui le nazioni possano negoziare le une con le altre per raggiungere la pace. Abbiamo bisogno di un organismo che distribuisca la ricchezza tra le nazioni. Abbiamo bisogno di un organismo che enunci regole di commercio giuste, che difenda i cittadini e l’ambiente. Andare da qui a lì significa trasformare alcune istituzioni mondiali e distruggerne altre.

Dovrei sottolineare a questo punto, per come viene generalmente intesa l’idea, che non sto parlando di un ulteriore trasferimento di poteri dagli stati nazione a organismi globali o internazionali. Sto semplicemente parlando della democratizzazione di quesi poteri che sono stati già ceduti dagli stati nazione a un livello globale. Non sto inventando la governance globale, ma semplicemente cercare di fare in modo che funzioni negli interessi della gente.

Cominciamo con le Nazioni Unite. In principio sono una buona idea. In pratica, permettono che i più forti facciano i prepotenti con i più deboli, per tre ragioni. La prima è che ai membri del Consiglio di sicurezza è stato dato un potere assoluto. La seconda è che sono formate da circoscrizioni elettorali con pochissimi votanti: i paesi più piccoli hanno lo stesso numero di voti dei paesi molto grandi. Questo è molto ingiusto – ogni tuvuluano, per esempio, ha lo stesso peso di 100 mila indiani – e questo significa anche che le nazioni più forti hanno un potente incentivo a prendere le più piccole a calci. La terza è che le dittature hanno gli stessi diritti di voto delle democrazie, e nessuno dei paesi partecipanti ha l’obbligo di riferire al proprio popolo prima di votare.

Mi sembra che la risposta non sia cestinare le Nazioni Unite, ma democratizzarle. Sicuramente il primo passo è liberarsi del Consiglio di Sicurezza e trasferire i suoi poteri all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il secondo è quello di pesare i voti dei paesi membri in base alle dimensioni del paese e al grado di democratizzazione. Delle “scale” di democraticità sono state già sviluppate da gruppi come Democratic Audit. Ma dovremmo cominciare a sviluppare i nostri propri indicatori. Tra i criteri dovremmo investigare il grado di democrazia economica del paese (la distribuzione della ricchezza) e il grado di consultazione pubblica precendente il voto globale.

Pesare i voti in questo modo ha il duplice vantaggio di democratizzare la governance globale e incoraggiare la democratizzazione nazionale, il mezzo più rapido perché un paese possa accrescere il proprio potere a livello globale. Significa anche che i paesi con il maggior numero di voti – i più grandi e i più democratici – sarebbero i più difficili da mettere sotto pressione o da ricattare: comprare i voti, in altre parole, diventa molto più difficile.

Questo processo potrebbe anche avere un altro esito: nel tempo, si potrebbe immaginare che l’Assemblea generale, così riformata, e il parlamento mondiale comincino ad avvicinarsi. Il parlamento accrescerebbe la legittimità dell’assemblea facendole assolvere alle sue responsabilità; i membri dell’assemblea accrescerebbero i loro poteri di voto incoraggiando le elezioni per il parlamento mondiale. Saremmo agli albori, in altre parole, di un parlamento bicamerale per il pianeta. Potremmo quindi immaginare un trasferimento di poteri reali dalla camera eletta indirettamente a quella eletta direttamente.

Mentre le Nazioni Unite sono in teoria riformabili, il FMI e la Banca mondiale non lo sono. Non è semplicemente perché sono controllati dal mondo ricco ma operano in quello povero. Sono anche costituzionalmente obbligati a porre l’intero fardello dei deficit commerciali e del debito internazionali sui paesi indebitati, che sono i meno capaci di poter far qualcosa in proposito. All’atto della fondazione, nel 1944, era stata già proposta un’idea molto migliore.

John Manyard Keynes aveva lavorato per 12 anni alla proposta di una International Clearing Union. Quando l’ha resa pubblica, nel 1943, è stata riconosciuta quasi universalmente come un prodotto geniale. Non solo aveva risolto il problema del debito e della bilancia commerciale; aveva anche scoperto una formula per la stabilità economica globale. La Clearing Union era una banca operante a livello internazionale, presso la quale i paesi avrebbero tenuto i propri conti commerciali, pagando un interesse non solo sul loro deficit commerciale, ma anche sul loro surplus. Prima della fine dell’anno, prima di dover pagare gli interessi, i paesi avrebbero avuto un incentivo ad “azzerare” la propria bilancia – in altre parole, chiudere l’anno senza deficit e senza surplus. Eliminando il proprio surplus, in altre parole, si sarebbero liberati anche del deficit di altri paesi. Poiché l’accumulazione del deficit commerciale è la principale componente del debito internazionale, impedendo l’accumulazione dei deficit si impedisce anche l’accumulazione del debito.

L’idea di Keynes venne bloccata dal governo statunitense. Molti economisti allora avvertirono che il risultato sarebbe stato l’accumulazione massiccia di debito non pagabile da parte delle nazioni più povere, e un corrispondente aumento del potere dei paesi ricchi. I loro timori si sono rivelati esatti. È ora di riportare in vita la Clearing Union.

Abbiamo anche bisogno di una sorta di organismo commerciale globale, se vogliamo che le nazioni più deboli abbiano qualche possibilità di negoziazioni collettive. Un regime di commercio giusto potrebbe essere più o meno così:

Alle nazioni che oggi sono povere si consentirebbe di seguire i percorsi di sviluppo intrapresi dai paesi che oggi sono ricchi. Questo significa proteggere le loro industrie nascenti dalla concorrenza fino a quando non saranno abbastanza grandi da difendere il proprio spazio, e usare liberamente la proprietà intellettuale di altri paesi per commerciare all’interno dei propri confini o con altri paesi poveri. Quello che sto suggerendo, in altre parole, è una scala mobile di privilegi commerciali: ai paesi più poveri viene concessa la piena protezione delle proprie industrie nascenti e il libero accesso alla proprietà intellettuale: ai paesi leggermente più ricchi meno privilegi, e ai paesi più ricchi nessuno.

Ma questa è solo una componente di un commercio giusto. Un’Organizzazione per il commercio giusto [Fair Trade Organization, FTO] concederebbe le licenze alle grandi imprese. Solo alle imprese che riescono a dimostrare di non impiegare schiavi, di non vietare i sindacati o di non scaricare le proprie scorie nei fiumi verrebbe concesso di partecipare al commercio internazionale. Tutto il commercio globale si svolgerebbe così sulla base dei principi dell’attuale movimento per il commercio giusto. Un’impresa che volesse partecipare agli scambi internazionali dovrebbe contrattare una società di sorveglianza che esamini la propria performance e riferisca al FTO. Tra i criteri applicabili ci dovrebbe essere il requisito che le imprese paghino tutti i costi di produzione, anziché scaricare i costi sulla gente e sull’ambiente.

Allora come può avvenire tutto questo? Tutti i trattati internazionali si appoggiano sull’uso della forza, e se vogliamo disegnarne di nuovi, i deboli di oggi devono trovare i mezzi per diventare forti. Credo che questi mezzi esistano. Le nazioni povere hanno un’arma che non hanno mai riconosciuto come tale. Quell’arma è il loro debito.

Si dice che se devi alla banca 1000 dollari, sei nei guai; mentre se devi alla banca 1 milione di dollari, è la banca a essere nei guai. Che succede se devi alla banca 2,2 miliardi di dollari? Che accadrebbe se, tra loro, le nazioni povere possiedono il sistema finanziario globale? Se improvvisamente dovessero minacciare di rifiutarsi di pagare tutte insieme il loro debito a meno che non ottengono quello che vogliono, il loro più grande nemico – i mercati finanziari internazionali – diventerebbe il loro alleato. Le banche sarebbero costrette ad andare dai loro governi e dire: se non date loro quello che vogliono, saremo rovinati, e voi con noi. Questa non è affatto l’unica arma che il mondo povero possiede, ma è questa la scala su cui dobbiamo ragionare se crediamo seriamente in una trasformazione globale. E neppure i cittadini dei paesi ricchi sono sprovvisti di armi. Il nostro maggior alleato, attualmente, è il presidente degli Stati Uniti. Negli ultimi tre anni, ha continuato ad attaccare proprio quelle istituzioni disegnate per sostenere il suo potere: le Nazioni Unite, il WTO, persino il FMI e la Banca mondiale. Nel farlo, ha messo le altre nazioni ricche di fronte a una scelta drastica: accettare che il mondo d’ora in poi verrà governato direttamente da Washington, senza il loro coinvolgimento, o cercare di costruire un nuovo sistema multilaterale. Stanno già scegliendo la seconda opzione, costruendo una Corte penale internazionale e cercando di ratificare il protocollo di Kyoto sul cambiamento climatico. Ma non possono affrontare una superpotenza senza il supporto dell’altra, cioè l’opinione pubblica globale. È un’opportunità senza precedenti per far valere le nostre richieste.

Quello che ho cercato di offrire in The Age of Consent non è la descrizione definitiva di un nuovo ordine mondiale, ma un’analisi delle strutture di potere esistenti e delle loro debolezze, e degli strumenti che potremmo avere a disposizione per sfruttare queste debolezze, per trasformare un mondo ingiusto in un mondo giusto. Ad alcuni questo sembrerà insufficientemente ambizioso, ad altri follemente ottimista. Ma spero che aiuti a stimolare il dibattito e a concentrare l’attenzione sulla domanda che si cela dietro tutte le questioni che ci troviamo affrontare: che cosa facciamo con il potere globale? Nessuna delle strade che ho proposto è facile o di successo sicuro. Ma mi sembra che a meno che non cerchiamo di escogitare un programma politico di portata globale, possiamo solo essere certi di fallire.

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