La stampa e la politica Italiana durante il brutale regime di Videla in Argentina

A partire dalla seconda metà degli anni ’70, l’Argentina, retta da una crudele dittatura militare, subì una delle più insensate ed aberranti tragedie che hanno colpito l’umanità: quella dei desaparecidos. La giunta militare, composta dai capi delle tre Armi, prese il potere con il colpo di stato del 24 marzo del 1976, organizzando in modo capillare un sistema repressivo contro gli oppositori che sfociò nel più grande genocidio della storia argentina: circa trentamila persone, secondo le stime delle principali organizzazioni internazionali in difesa dei diritti umani, tra cui Amnesty International, persero la vita dopo aver subito feroci torture.

La reazione internazionale, inizialmente, fu debole ed attendista. La pubblica condanna internazionale sarebbe arrivata troppo tardi, quando ormai i presunti “sovversivi” erano stati annientati. Videla, ricordando con lucidità a quale condanna internazionale fosse stato sottoposto Pinochet, volle dare al suo regime un’immagine di moderazione e legalità. L’obiettivo dei militari argentini era quello di eliminare tutti i loro nemici in modo tale che, né in patria né all’estero si venisse a sapere che era in corso una matanza di quelle proporzioni. Niente campi di concentramento negli stadi o immagini raccolte dai giornalisti e mostrate a tutto il mondo di prigionieri torturati e fucilati in massa, come in Cile. Ben più subdolo fu il sistema escogitato da Videla: sotto la facciata della normalità quotidiana, delle file davanti ai cinema, dei ristoranti pieni e della gente nei locali e in strada anche di notte, progettò la “sparizione” dei presunti “sovversivi” mediante incursioni notturne nei domicili delle vittime dei Grupos de Tareas, composti da militari in borghese.

La solitudine delle “Madres”

I “sovversivi”, in massima parte del tutto estranei alla guerriglia, rinchiusi nei centri clandestini di detenzione, sparivano dalla società civile e la maggioranza di essi, dopo aver subito inenarrabili torture, veniva eliminata. In tal modo migliaia di persone libere divennero “desaparecidos”.

Sebbene già dall’aprile del 1977 le Madres de Plaza de Mayo avessero
cominciato la loro pubblica denuncia contro le sparizioni dei figli, attorno ai desaparecidos si era alzato un muro di silenzio e di indifferenza in quanto la società argentina viveva nell’illusione che tutto procedeva per il meglio e, alla fin fine, se sequestro vi era stato: «Por algo será».


La prima reazione italiana

Parallelamente la reazione internazionale fu poco incisiva e improntata ad un’attitudine di laisser faire nei confronti delle violazioni dei diritti umani compiute dal regime militare argentino. Se inaccettabile fu il comportamento dei governi esteri, ben più grave fu l’atteggiamento di forte inerzia evidenziato dal governo italiano. Esso, guidato all’epoca dal presidente del consiglio Andreotti, con Arnaldo Forlani ministro degli esteri, preferì anteporre gli interessi economici dei grandi gruppi pubblici e privati italiani in Argentina, mantenendo così buoni rapporti con la giunta militare, piuttosto che adoperarsi in difesa dei diritti della più grande collettività italiana all’estero, anch’essa in parte
succube delle repressioni. In questo modo il governo italiano contribuì a quella politica di oscuramento e negazione delle repressioni in corso fortemente voluta dai generali e in ciò fu favorito dal fatto che la nostra stampa non era riuscita a far percepire all’opinione pubblica la drammaticità degli eventi che sconvolgevano l’Argentina.

La stampa italiana, infatti, non seppe evidenziare il problema dei desaparecidos durante i primi anni della dittatura militare (quelli durante i quali la repressione fu più spietata) e, nonostante la comparsa di alcuni articoli di denuncia in diverse testate giornalistiche, la reazione dei quotidiani al terrorismo di stato in Argentina fu, in generale, poco incisiva.

Enrico Calamai, console a Buenos Aires in quegli anni, testimone diretto fino al 1977 della tragedia che aveva sconvolto il paese, mise in evidenza nel suo libro-diario dal titolo: «Niente asilo politico. Diario di un console italiano nell’Argentina dei desaparecidos» (Editori Riuniti, Roma, 2003) come l’atteggiamento lassista di quasi tutta la stampa nei confronti delle vicende argentine avesse contribuito all’indifferenza della società civile italiana verso di esse, specie se confrontata con la passione
con la quale essa aveva appoggiato sin dai tempi del golpe di
Pinochet la causa del popolo cileno.

I giornali italiani

Per l’analisi dell’atteggiamento tenuto dalla stampa italiana nei confronti dell’Argentina dei desaparecidos è necessario considerare le testate giornalistiche dell’epoca espressione delle varie forze politiche, sociali e di opinione. Per la stampa indipendente è fondamentale l’approfondimento degli articoli dei due maggiori quotidiani italiani, il “Corriere della Sera” e “la Repubblica”. 

Per analizzare più a fondo la posizione assunta dai principali partiti politici italiani sul tema delle violazioni dei diritti umani compiute dalla dittatura militare argentina, si ritiene indispensabile
servirsi dei loro organi d’informazione: “Il Popolo” per la DC,
“l’Unità” per il PCI e “l’Avanti!” per il PSI. 
Si è poi voluto dare spazio alla posizione assunta dall’estrema sinistra italiana di “Democrazia proletaria” attraverso i quotidiani “il manifesto” e “Lotta Continua” ed evidenziare l’atteggiamento di oblio assunto durante gli anni della repressione dal Vaticano attraverso il silenzio tenuto in merito da “L’Osservatore
Romano”.

Il Corriere e la P2

Il “Corriere della Sera”, principale organo d’informazione della stampa italiana dell’epoca, mantenne, dal 1977 al 1981, una posizione di sostanziale indifferenza nei confronti degli anni più bui della storia argentina.

L’atteggiamento del quotidiano di via Solferino può essere spiegato considerando il fatto che la “tela” delle manovre occulte della “Loggia P2” si estendeva, oltre che al Corriere, anche alla stessa Argentina.

Autorevoli membri del regime militare argentino, come l’ammiraglio Massera e il generale Suárez Mason, erano iscritti alla loggia di Licio Gelli. Nonostante i suoi precedenti legami con la destra peronista Licio Gelli, che era stato in precedenza accreditato da
Isabelita Perón come consigliere economico dell’Ambasciata
d’Argentina in Roma, poté rimanere al suo posto dopo il golpe e, grazie alla protezione dei due gerarchi militari, poté incrementare i suoi “loschi” affari nell’ambito dei contratti petroliferi e del traffico delle armi con la Libia di Gheddafi e il Medio Oriente.

In cambio della forte protezione dei vertici militari al potere, Gelli si impegnò con loro affinché in Italia si venisse a sapere il meno possibile della situazione interna del paese sudamericano. Da abile manovratore qual era, comprese che il miglior modo per influenzare l’opinione pubblica italiana fosse quello di informarla il meno possibile e il “Corriere della Sera”, in mano alla P2, si regolò di conseguenza, per cui le notizie provenienti dall’Argentina finivano per essere filtrate a dovere. Le più alte cariche
amministrative del Corriere, infatti, erano ricoperte da affiliati alla Loggia P2: l’amministratore delegato Bruno Tassan Din, il direttore del quotidiano dall’ottobre del 1977, Franco Di Bella, e, soprattutto, lo stesso proprietario del gruppo di via Solferino, Angelo Rizzoli.

Nel luglio del 1977 Rizzoli aveva ottenuto, attraverso l’intermediazione di Licio Gelli, i fondi necessari per effettuare un’operazione di ricapitalizzazione del gruppo di venti miliardi di lire. Grazie, poi, all’amicizia tra Massera e il “Maestro Venerabile”, l’editore milanese aveva ottenuto ad un ottimo prezzo gli impianti argentini della “Editorial Abril”, la più
grande casa editrice del paese espropriata ai fratelli italiani Civita di origine ebraica.

In cambio di tutto ciò, Gelli ottenne da Rizzoli la garanzia che il
Corriere divenisse, all’insaputa della maggioranza dei redattori, un docile strumento nella mani della P2; ciò significava, tra l’altro, mantenere un sostanziale silenzio nei confronti delle violazioni dei diritti umani compiute dai militari. Dal 1977 al 1981, perciò, gli interventi del Corriere della Sera sulla vicenda dei desaparecidos in Argentina furono molto ridotti e, nei rari casi in cui se ne occupava, solitamente era per fornire un’immagine “rassicurante” del paese.

Durante i mondiali di calcio disputatisi in Argentina nel giugno del
1978, ad esempio, l’inviato a Buenos Aires del Corriere, Paolo Bugialli, scrisse un articolo dal titolo: “Videla passa, l’Argentina resta” che mandò su tutte le furie e scandalizzò la comunità degli esuli argentini e latinoamericani in Italia. La rassegna calcistica dava a Bugialli l’occasione per fornire un’immagine allegra e festosa del popolo argentino, il che, all’apparenza, poteva sembrare vero, sennonché sotto quella cortesia ed affabilità si nascondeva il clima di terrore nel quale esso viveva.

Il Corriere, inoltre, lasciò passare in secondo piano le proteste suscitate in Italia dalla visita di Massera nell’ottobre del 1977 e di Videla nel settembre del 1978, mentre si rifiutò di pubblicare dei documenti contenenti una lunga lista degli italiani desaparecidos che nel 1978 Sandro Sessa della sezione di Milano della “Lega internazionale per i diritti e la liberazione dei popoli” aveva consegnato al quotidiano stesso.

L’episodio più eclatante fu, comunque, la decisione della dirigenza del Corriere di allontanare da Buenos Aires l’inviato Giangiacomo Foà, in quanto i suoi articoli di denuncia nei confronti dei crimini compiuti dal regime militare ne aveva provocato l’ostilità, per cui,
dal 1977, gli fu impedito di scrivere sull’Argentina.
Nell’ottobre del 1982, poi, lo stesso giornalista si prodigò, riuscendovi, a far pubblicare sul Corriere la lista dei 297 desaparecidos italiani, rimasta fino ad allora “impolverata” negli archivi dell’ambasciata d’Italia.

L’articolo ebbe l’effetto di risvegliare dal suo torpore l’opinione pubblica italiana che fino a quel momento era vissuta nell’illusione che i militari argentini fossero diversi da quelli cileni.

La Repubblica

Durante gli anni della repressione il quotidiano “la Repubblica”, fondato proprio in quel periodo, dedicò maggiore attenzione, rispetto al “Corriere della Sera”, ai tragici eventi in corso in Argentina. 
Il corrispondente a Buenos Aires de la Repubblica in quegli anni era Saverio Tutino che, in più di un’occasione, palesò i crimini compiuti dai militari argentini. Già nel corso del mese di agosto del 1976 la Repubblica evidenziava, in un suo articolo dal titolo: “I massacri in Argentina”, la forte opposizione non solo nei confronti dei misfatti compiuti dai militari, ma anche verso il superficiale atteggiamento assunto da gran parte della stampa italiana che non informava adeguatamente i lettori, profetizzando come: “La disinformazione è la prima responsabile di certe semplificazioni arbitrarie. Le conseguenze possono essere gravi: un giorno potremmo essere tutti chiamati come corresponsabili di delitti pari a quelli dei criminali di guerra hitleriani”.

Durante i mondiali di calcio del 1978, inoltre, gli inviati a Buenos Aires di “la Repubblica”, Saverio Tutino e Franco Recanatesi, scrivendo articoli e “inchieste oltre gli spalti del mondiale di football”, furono i più solleciti ad accogliere l’appello che la Federazione nazionale della stampa italiana aveva rivolto alla vigilia dell’inizio della rassegna calcistica ai giornalisti italiani affinché non si limitassero solo a riferire le notizie sportive, ma offrissero anche la loro testimonianza sulle violazioni dei
diritti dell’uomo di cui era responsabile la dittatura militare.

I giornali di partito

L’atteggiamento mostrato dai partiti politici della sinistra italiana nei confronti dell’Argentina merita una particolare riflessione in quanto evidenzia il forte parallelismo di vedute fra le direttive del partito ed il suo organo d’informazione. 

Il PSI e L’Avanti!

I partiti politici della sinistra italiana reagirono in maniera differente nei confronti delle tragiche vicende argentine.
Gli esponenti del Partito socialista italiano seguirono con particolare zelo le notizie provenienti dal paese sudamericano e, in particolare, Margherita Boniver, in quegli anni senatrice del PSI e presidente della sezione italiana di Amnesty International, fu molto attiva nel denunciare i metodi argentini di violenta repressione.

Anche il Presidente della Repubblica Sandro Pertini si interessò in prima persona alla sorte dei desaparecidos e mostrò, in più di un’occasione, sincera commozione nei confronti del dramma vissuto dalle “Madres de Plaza de Mayo”. Già prima della sua celebre e ferma protesta del 30 aprile 1983, quando la giunta militare argentina,
attraverso il “Documento Final”, aveva dichiarato tutti morti i desaparecidos per risolvere una volta per tutte la questione, Pertini aveva condannato l’operato della giunta di Videla, rifiutandosi di incontrarlo nel corso della sua visita a Roma nel settembre del 1978 in occasione della cerimonia d’investitura di Papa Giovanni Paolo I. Invece, in più di un’occasione ricevette al Quirinale le “Madres”, mostrando nei loro confronti grande rispetto e cordialità.

All’interessamento dei socialisti fecero riscontro gli articoli di seria denuncia da parte dell’organo di informazione ufficiale del PSI. Sin dai giorni immediatamente seguenti il golpe, “l’Avanti!” rilevava come la Giunta militare argentina andasse articolando le strutture del suo potere autoritario e dittatoriale e, in quanto a violenza, era “sulla via del Cile”.

L’Avanti!, inoltre, diede largo spazio, in più di un’occasione, agli appelli degli esponenti socialisti italiani ed europei per il ripristino dei diritti civili e contro le violazioni dei diritti umani ivi compiute.

Il PCI e l’Unità

Il Partito Comunista Italiano non ebbe la stessa reazione critica del PSI e, se da un lato seguì sempre con passione gli avvenimenti che riguardavano il Cile, sin dal golpe di Pinochet, dall’altro non manifestò lo stesso impegno nei confronti dell’Argentina, principalmente per due ragioni.

In primo luogo si devono considerare i rapporti che nella seconda metà
degli anni settanta il Pci intratteneva con l’Urss. Essi erano piuttosto tesi, in quanto il segretario nazionale del Pci, Enrico Berlinguer, era stato, durante la Conferenza paneuropea dei partiti comunisti, tenutasi a Berlino nel giugno del 1976, il propugnatore dell’idea dell’“eurocomunismo”.

Considerati gli ottimi rapporti esistenti tra la giunta militare argentina e l’URSS, che otteneva da essa il grano di cui aveva vitale bisogno, in particolare dopo l’embargo decretato dal presidente statunitense Carter agli inizi del 1980 come reazione all’invasione sovietica dell’Afghanistan, il PCI non aveva la minima intenzione di inasprire per l’Argentina i dissapori con il PCUS che premeva affinché i “partiti fratelli” lasciassero cadere ogni critica ai rispettivi governi per la politica seguita verso il regime di Videla.

In secondo luogo non si deve sottovalutare il ruolo che assunse il Partito Comunista Argentino nell’informare il PCI sulla realtà della situazione interna. Il PCA, preoccupato della sua sopravvivenza politica e di quella fisica dei suoi membri, sosteneva un’inesistente
diversità nell’ambito della cerchia dei militari al potere tra un’ala “dura” e repressiva di stampo “pinochetista” e un’ala “moderata” facente capo a Videla. Sempre secondo il PCA, il presidente argentino sarebbe poi divenuto il realizzatore di una “convergenza democratica” tra i settori moderati della popolazione, sia civili che militari.
Il PCI, perciò, riceveva e faceva propria, attraverso i canali d’informazione del PCA, quest’immagine distorta e confusa della realtà argentina.

Al disorientamento provato dal PCI nel confrontarsi con tale realtà corrispose lo stesso atteggiamento da parte del suo organo d’informazione. L’Unità, perciò, pur condannando gli atti di cui si resero protagonisti i militari, finiva, in certi casi, per fare propria la posizione espressa dal PCA.

La stampa extraparlamentare

I quotidiani di estrema sinistra, “il manifesto” e “Lotta Continua”, si interessarono durante quegli anni alle vicende argentine appoggiando la causa degli oppositori al regime militare. Tuttavia, l’inviato a Buenos Aires de “il manifesto”, Vincenzo Sparagna, non mancò di criticare in più di un’occasione la strategia dei “Montoneros”, che, invece di ergersi a guida di una classe operaia bisognosa di essere politicamente indirizzata, conducevano la loro lotta contro il regime sul piano delle armi, dove la superiorità tecnica dei militari era schiacciante, alienandosi, oltretutto, le simpatie della popolazione argentina. 

“Lotta Continua” e “il manifesto”, inoltre, furono tra i quotidiani più attivi nel denunciare i rapporti tra il regime argentino e quello sovietico e a criticare l’atteggiamento assunto dal PCI e da “l’Unità”. 

L’analisi della reazione tenuta dalla stampa italiana nei confronti del regime militare di Videla genera forte amarezza in una vicenda di per sé già molto dolorosa.

L’azione di protesta delle Madri di Piazza di Maggio ha suscitato in tutto il mondo ammirazione e comprensione e ciò non fa altro che aumentare la tristezza se si considera che in Italia, mentre avvenivano questi atroci fatti, non si capiva bene cosa chiedessero queste donne che dall’aprile del 1977 sfilavano con un fazzoletto bianco in testa nella piazza antistante la Casa Rosada.

I giusti: Giangiacomo Foà ed Enrico Calamai

Diversi giornalisti hanno tentato, nella seconda metà degli anni ’70, di informare adeguatamente l’opinione pubblica italiana. Si possono annoverare, tra l’altro, i servizi televisivi per il “Tg2” realizzati da Italo Moretti, gli articoli scritti su “la Repubblica” da Saverio Tutino, e, soprattutto, l’azione svolta dall’inviato del “Corriere della Sera”, Giangiacomo Foà.

Foà, a detta di molti suoi colleghi uno dei migliori giornalisti italiani del secondo dopoguerra, si ripromise, come già evidenziato, di denunciare in modo instancabile nei suoi articoli i metodi repressivi messi in atto dalla giunta militare, ricavandone, come risultato, la necessità di dover lasciare Buenos Aires, sia per le minacce dei militari, sia perché così aveva deciso la dirigenza “piduista” del Corriere. Egli, inoltre, come risulta
da un reportage di Lanfranco Vaccari dal titolo: “L’Argentina verso
la guerra civile. Caccia all’uomo“ e pubblicato su L’Europeo del 10 settembre 1976, si adoperò in prima persona per salvare la vita di una
cittadina cilena, Juana Reyes, minacciata dai militari. In tale occasione, Foà si era scontrato con un funzionario dell’ambasciata
d’Italia a Buenos Aires, ribadendo il disprezzo, già espresso nei suoi articoli, nei confronti dell’operato di tale sede diplomatica.

Il comportamento dell’Ambasciata d’Italia a Buenos Aires nei confronti dei connazionali ivi residenti, infatti, non fu “particolarmente incisivo”. L’Ambasciatore Enrico Carrara, all’indomani del golpe, fece installare nella sede dell’ambasciata d’Italia a Buenos Aires delle doppie porte, come quelle delle banche, al fine di impedire l’accesso ai perseguitati anche di nazionalità italiana che chiedevano rifugio, condannandoli così a morte certa.

Se si può affermare, senza ombra di dubbio, che il comportamento dell’Ambasciata d’Italia a Buenos Aires si è rivelato insufficiente a salvaguardare gli interessi della comunità italiana, non si deve dimenticare di sottolineare l’operato del console Enrico Calamai.
Calamai fu l’unico rappresentante del corpo diplomatico italiano a compiere il suo dovere istituzionale di tutela dei connazionali. Egli rischiò non pensando, come altri suoi colleghi, alla carriera e alla disapprovazione dei superiori. Distribuì a chi era braccato dalla polizia governativa argentina documenti per l’espatrio anche se non era stata presentata tutta la certificazione prevista, procurò biglietti aerei, sistemò persone in fuga nascondendole nel suo ufficio e arrivò persino ad accompagnarle oltre frontiera. Grazie alla sua azione, centinaia di persone riuscirono a fuggire dall’Argentina e quindi ad aver salva la vita.

Accanto alla chiarezza ed integrità morale di uomini come Calamai e
Foà, senza dimenticare il responsabile dell’Inca Cgil, Filippo Di Benedetto, l’analisi della tragedia dei desaparecidos genera anche forti perplessità nei confronti di altre persone ed istituzioni. Riguardo a queste ultime, non si possono non riferire le ambiguità manifestate dalla Chiesa cattolica.

La Chiesa cattolica e L’Osservatore Romano

Un’azione della Chiesa cattolica in favore dei desaparecidos sarebbe stata, senza ombra di dubbio, sostanziale, considerando l’influenza che essa aveva nei confronti dei militari argentini che pretendevano di instaurare un regime fondato sui valori della morale cristiana.

La Chiesa cattolica, sebbene una minima parte degli 82 vescovi componenti la conferenza episcopale argentina (Cea) si fosse dichiarata pubblicamente contro il regime militare e molti tra sacerdoti, suore, catechisti e seminaristi fossero stati vittime della repressione, non fu immune da colpe. Si dovette attendere, ad esempio, la data del 4 maggio 1983 affinché il Pontefice assumesse una vera e propria posizione ufficiale contro l’operato del regime militare argentino. 

Solo dopo la dura protesta di Pertini contro il “Documento Final” della Giunta, infatti, “L’Osservatore Romano” pubblicò, in proposito, un corsivo al centro della prima pagina, posizione abitualmente riservata alle parole del Papa.

Le complicità in atto tra la Giunta e la maggioranza dei membri della Conferenza Episcopale Argentina, poi, destano ancora oggi notevole
scalpore e riprovazione. Essa, in particolare, genera una legittima osservazione sul come abbiano potuto i militari servirsi della religione cattolica per instaurare un regime di terrore, che nulla aveva a che fare con il cattolicesimo e gli insegnamenti di Cristo, sebbene loro stessi lo affermassero. E poi è legittimo chiedersi come abbiano potuto i più importanti componenti la Cea, come gli arcivescovi Tórtolo, Plaza e Primatesta, tollerare, e spesso appoggiare, le iniziative dei Videla e dei Massera. 

Inoltre, senza dimenticare le ormai celebri partite a tennis tra l’Ammiraglio Massera e il Nunzio apostolico Pio Laghi, come poteva ancora nel novembre del 1982, quando era in corso la polemica provocata dalla pubblicazione dell’elenco dei desaparecidos italiani da parte del “Corriere della Sera”, il presidente della Cea Aramburu rilasciare un’intervista a Pino Cimò, pubblicata su “Il Messaggero” di Roma, nella quale affermava che non esistevano fosse comuni e che gli scomparsi vivevano tranquillamente in Europa?

Conclusioni

Come già sottolineato, se forti perplessità ha destato la reazione internazionale nei confronti delle violazioni dei diritti umani compiute dal regime militare argentino ancora più profonda amarezza ha provocato e provoca l’atteggiamento tenuto dal governo italiano dell’epoca.

Grosse responsabilità in materia, però, sono da attribuire alla stampa italiana che, non informando adeguatamente l’opinione pubblica sui fatti argentini, non provocò in essa quelle manifestazioni di riprovazione e sdegno che avevano indotto in precedenza il governo italiano a non riconoscere il Cile di Pinochet.

È impossibile a questo punto non porsi un drammatico interrogativo:
considerando gli stretti legami non solo etnico-culturali ma anche economici tra Argentina ed Italia e l’accuratezza con la quale Videla, rispetto a Pinochet, cercava di evitare critiche dall’esterno, chi ci può dire che, se la stampa e il governo italiano avessero avuto una più veemente reazione, il regime argentino non avrebbe perlomeno attenuato l’entità della repressione interna?

Advertisements