BERLINGUER, IL TRISTO PROFETA DEI SACRIFICI

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di Sebastiano Isaia

Ho riletto, trentacinque anni dopo, quel vero e proprio manifesto dei sacrifici che raccoglie i due famosi – o famigerati: come sempre è una questione di punti di vista – interventi che Enrico Berlinguer fece nel gennaio del 1977 (al «Convegno degli intellettuali», a Roma, e all’«Assemblea degli operai comunisti», a Milano), e pubblicati da Editori Riuniti lo stesso anno col titolo di Austerità. Occasione per trasformare l’Italia. È impressionante osservare come, al netto del maleodorante ciarpame ideologico pseudo comunista (quello che manda in visibilio chi si appaga di qualche parolina “dura e pura” intercalata nei discorsi più reazionari che si possono fare) che li appesantisce, i ragionamenti, e spesso perfino le parole, del leader “comunista” sembrino freschi di giornata. E in realtà lo sono. Sembra di ascoltare un discorso del Presidente del Consiglio Mario Monti, o di Re Giorgio, e invece si tratta dell’onesto Enrico. Lungimiranza? Non scherziamo! Il fatto che un anno fa, proprio nel corso della celebrazione dell’opera berlingueriana sull’Austerità, l’ex ministro Tremonti l’abbia definito «un profeta», è una ragione in più per dubitare delle qualità divinatorie del sobrio sassarese. Piuttosto, si tratta della plastica dimostrazione di come i problemi strutturali che il Bel Paese oggi si trova dinanzi, rimontino a molti lustri fa, come ben sanno i volponi dell’italica politica.

Secondo Berlinguer, «L’austerità è un imperativo a cui non si può sfuggire» (p. 49), «una scelta politica obbligata e duratura»: «L’austerità significa rigore, efficienza, serietà, e significa giustizia» (p. 13). Quando i politici parlano di «Giustizia sociale» la fregatura è dietro l’angolo, soprattutto se prima si sono intrattenuti sulla necessità di versare lacrime e sangue per il «reale interesse generale del paese». Più realista del Re, più reazionario – e non di poco – di Andreotti, Berlinguer accusa la Democrazia Cristiana di praticare una «politica di austerità viziata da carenza di vigore, di coraggio e di respiro», e accoglie con entusiasmo il tentativo del «compagno Craxi» di sganciarsi dalla «fallimentare» stagione del centro-sinistra. Ma più che al PSI di Craxi, la politica dell’austerità di Berlinguer si richiamava al rigore economico del Partito Repubblicano di Ugo La Malfa, il quale «giustamente sottolinea da tempo» l’urgenza di intervenire sul «dissesto della finanza pubblica e del settore pubblico», sui «meccanismi di dilatazione crescente, incontrollata e spesso improduttiva della spesa pubblica» (p. 42). Questa urgenza vi ricorda qualcosa?

In effetti, l’arcigno segretario del PRI già dalla seconda metà degli anni Sessanta, da quando l’apice del boom economico stava alle spalle del ciclo economico, martellava sulla necessità di ristrutturare profondamente il Capitalismo italiano, e non trovando sponde «riformiste» nella Democrazia Cristiana, timorosa di incrinare la sua solida base sociale-elettorale di riferimento (radicata soprattutto nel settore statale e parastatale), rivolse le sue attenzioni a sinistra, criticandone innanzitutto l’impianto ideologico. Ecco ad esempio cosa scriveva La Malfa nel 1968: «L’antiamericanismo di de Gaulle, la lotta contro il dollaro e la sterlina, sono accettati e applauditi [dalla sinistra]; la prudenza su questi due temi di Wilson, la sua politica di austerità e di sacrifici attuati per il bene futuro, per avere i mezzi per costruire la nuova società tecnologica, sono respinte» (Prefaziona al saggio di J-J Servan La sfida americana, p. 71, Longanesi, 1969). Con qualche anno di ritardo, Berlinguer atterrerà sulle posizioni dei repubblicani.

Alla fine del 1975, su Rinascita, Amendola delineò chiaramente la strategia dell’austerità: occorre «imporre una riconversione produttiva, un aumento della produttività generale, ma anche aziendale, l’attuazione di un piano a medio termine che comporta necessariamente, mutamenti, trasferimenti, sacrifici, la mobilità, la lotta all’assenteismo e al corporativismo: solo in questo modo noi comunisti possiamo riuscire a difendere gli inseparabili interessi della classe operaia e della nazione». Berlinguer saltò immediatamente sul carro della «destra amendoliana», che aveva nel futuro Re Giorgio I d’Italia il suo massimo esponente, il solo “comunista” che potesse vantare un certo credito a Washington, grazie anche ai buoni auspici di Andreotti.

Tra l’altro, il leader del PCI accusò i democristiani di aver contribuito al lento rotolare dell’Italia verso il precipizio, in grazia della loro politica spendacciona, che aveva promosso clientelismi, sprechi e parassitismo sociale. Qui però il buon Enrico non la raccontava secondo verità, visto che oltre il novanta per cento delle «leggi di spesa» furono votate anche dal PCI, pienamente integrato in quella che Marco Pannella chiamò «partitocrazia». Tanto la DC quanto il PCI erano l’espressione del Capitalismo di Stato italiano e del grande capitale, che trovava nel primo, direttamente o attraverso il «sistema dei partiti» e il «sistema dei sindacati», appoggi e coperture davvero invidiabili. Dal punto di vista del Capitalismo italiano Berlinguer aveva perfettamente ragione: allora (come oggi!) bisognava moderare la dinamica salariale, tagliare la spesa pubblica improduttiva, ristrutturare il settore pubblico, accrescere la produttività non solo delle imprese ma di tutto il sistema-Paese (quello che negli anni Ottanta il «compagno Bettino» chiamerà, assai correttamente, Azienda-Italia), e per questa via investire nel processo di accumulazione, per ripristinare la perduta condizione di competitività con gli altri sistemi capitalistici.

In effetti, la politica di austerità di quegli anni va inserita nel quadro della crisi economica internazionale che investì i maggiori paesi capitalistici del pianeta agli inizi degli anni Settanta, con la chiusura del lungo ciclo espansivo reso possibile dalla seconda guerra mondiale. Alla fine di quel decennio nero soprattutto la Germania e il Giappone mostrarono di poter uscire dalla crisi con un grande balzo in avanti, basato sull’implementazione di nuove tecnologie e di nuovi modelli organizzativi, e l’Italia non poteva rimanere a guardare, con la certezza di perdere la dignitosa quota di mercato conquistata nell’agone della competizione capitalistica mondiale negli anni Cinquanta e Sessanta. Ancora una volta il capitale italiano puntò le sue fishes soprattutto sul basso costo del lavoro, sul «lavoro nero», sull’economia «sommersa», sull’evasione fiscale e sulle «svalutazioni competitive», rimandando a tempi migliori un radicale ammodernamento tecnologico della produzione e la resa dei conti con un settore statale diventato troppo obeso e improduttivo. E qui siamo già all’anno di grazia 2012.

Tra l’altro, a onore del vero e a scorno della mitologia operaista e pansindacalista, c’è da dire che tutto il movimento rivendicativo degli anni Sessanta comportò lo spostamento di ricchezza sociale a favore dei salariati quantificabile nell’ordine dell’uno per cento. Quando Berlinguer teorizzò la politica della moderazione sindacale, praticata dalla trimurti sindacale già da anni, i salari operai languivano sotto la sferza dell’inflazione, balsamo su profitti andati in sofferenza. «Il problema della dinamica del costo del lavoro deve essere considerato e affrontato, ma in un quadro di valutazioni più vasto e rispondente alla realtà» (p. 42). Egli non negò – anzi! – l’imperativo categorico dei sacrifici, ma disse che a farli non dovevano essere solo i lavoratori: e anche questa è musica dei nostri giorni.

L’indicazione “austera” del sassarese si inchiavardava nella storica necessità del Capitalismo italiano di ridimensionare il peso degli strati sociali medi e piccolo-borghesi sulla spartizione del bottino (leggi plusvalore), in modo di realizzare le condizioni per la formazione di un capitale addizionale destinato ad accelerare il ritmo dell’accumulazione. Dopo trentacinque anni, il circolo vizioso costituito dall’alta spesa pubblica e privata improduttiva (che drena plusvalore senza crearne di nuovo), e dal basso ritmo dell’accumulazione (dovuto anche a quella spesa) è ancora lì, e tutti fanno finta di non capire che se non riparte l’accumulazione capitalistica in grande stile, non ci sarà più trippa da spartire. La Grecia, più che un monito, è una cartina al tornasole, niente che possa sconvolgere chi non ha mai creduto al mito della cornucopia finanziaria, o alla «solidarietà europeista».

Naturalmente il PCI aveva allora tutto l’interesse a dipingere a tinte ancora più fosche la pessima situazione economico-sociale del Paese, per accreditarsi in Italia e all’estero (Stati Uniti) come affidabile partito di governo, e così far cadere una volta per sempre quel «fattore K» che gli sbarrava la strada per il governo del Paese, nonostante i crescenti suffragi elettorali (oltre il 34 per cento nel “mitico” 20 giugno 1976). Solo la classe operaia, rappresentata sul piano elettorale dal PCI, può salvare l’Italia dall’abisso nel quale rischia di precipitare: è questo il mantra che Berlinguer sciorina continuamente nei due discorsi del 1977. Ma non potendo fare a meno dello zoccolo duro costituito dai militanti e dai simpatizzanti filosovietici, molto legati alla tradizione stalinista e togliattiana del PCI, il segretario «del più grande partito comunista occidentale» (sic!) non poté superare il «guado» rappresentato dalla collocazione geopolitica dell’Italia.

Infatti, ancora nel ’77 egli dichiarava quanto segue: «Rispondiamo no a chi vuol portarci alla rottura con altri partiti comunisti; a chi vuol portarci a negare il carattere socialista dei rapporti di produzione che esistono nei paesi socialisti … Noi affermiamo che il mercato, l’impresa, il profitto possano e debbano mantenere una funzione anche nel quadro di una economia che si sviluppa ed è orientata da una volontà pubblica democratica. Ma ci guardiamo bene dall’accettare i consigli di coloro che vorrebbero portarci a diventare paladini del capitalismo o addirittura assertori della sua superiorità sul socialismo» (p. 59). Se si tiene presente che per «socialismo» il poverino intendeva, come d’altra parte tutti i “comunisti” sparsi per il mondo, il Capitalismo di Stato, il cui modello «reale» si poteva osservare nell’Unione Sovietica, o in Cina, ovvero nel Vietnam di Phan Van Dong (l’ultima infatuazione ideologica berlingueriana), si capisce di quale escrementizia pasta fosse fatta la base del PCI. Sul fondamento di quella pasta il partito di Berlinguer poté perorare la causa della salvezza nazionale e criminalizzare coloro che si opponevano alla politica dei sacrifici, qualificati come «provocatori» e «servi della destra reazionaria». Ma si poteva allora essere più destri e reazionari del PCI? Davvero un’impresa difficile!

«L’austerità, a seconda dei contenuti che ha e delle forze che ne governano l’attuazione può essere adoperata come strumento di repressione politica» (p. 14): fu esattamente ciò che si verificò alla fine degli anni Settanta, con la scusa della lotta al terrorismo. (Detto di passaggio, la miserrima ideologia dei «terroristi rossi» era radicata nella storia del PCI stalinista e togliattiano. Il loro atteggiamento nei confronti di quel partito somiglia molto a quello del figlio che si sente tradito dal Padre. Proprio questa vicinanza “genetica” spiega l’accanimento repressivo del PCI nei confronti dei figli che lo criticavano da “sinistra”). Quando affermi «l’obbligo di una politica di austerità», che risponda «a non procrastinabili interessi generali del paese», hai di fatto accettato la violenza sistemica della società basata sullo sfruttamento, e sostenuto il Diritto alla violenza da parte dello Stato. Violenza contro chi è sordo ai patriottici richiami della sirena chiamata Austerità.

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