Piacenza, ecco come la CGIL truffava i vecchietti

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di Pier Paolo Albricci 

Oggigiorno siamo pronti ad ascoltare anche le storie più improbabili e inverosimili. Ma che il sindacato dei pensionati (Spi) della Cgil di Piacenza avesse messo insieme un software truffaldino (era il gratta-gratta, dicono sotto i portici del centro di questa provincia nebbiosa, al Nord dell’Emilia) per poter rubare ai vecchietti le quote associative da loro mai sottoscritte, è una notizia che non ci aspettavamo proprio. Non se l’aspettava nemmeno, a dire il vero, la Cgil nazionale che ha tentato in tutti i modi di spegnere l’insostenibile scandalo che era già noto sul finire del mandato di Epifani ma che solo ora è approdato nelle aule del Tribunale di Piacenza dove il processo, forse per la sua delicatezza e complessità, si sta snodando molto lentamente, accompagnato dall’assordante silenzio di tutti i media nazionali che di solito starnazzano per molto meno.

Il processo contro le false deleghe Cgil si sviluppa lentamente anche perché, a istruttoria già avanzata, si è scoperto, ad esempio, che il software truffaldino della Cgil, che pescava nel mucchio senza guardare in faccia a nessuno (il requisito per essere spennati era solo quello di essere in pensione) aveva sottratto indebitamente anche le quote della madre di un magistrato che ha dovuto disimpegnarsi dal processo per evidente incompatibilità, essendo stata anche sua madre, fin a quel momento, una inconsapevole parte lesa. La Cgil regionale e nazionale, anziché fare chiarezza su questa vicenda truffaldina, ha cercato a lungo di spegnere lo scandalo arrivando addirittura a punire, non chi aveva scientificamente organizzato il furto delle quote indebite ai pensionati, ma «facendo leva, in modo arrogante, sul proprio potere, ha invece allontanato e disperso il gruppo dirigente Cgil che aveva denunciato e combattuto lo scandalo».

Quest’ultima affermazione è stata fatta da Gianfranco Dragoni, figura di spicco e integerrima del sindacalismo cigiellino locale fin dagli anni Cinquanta, sulle colonne del quotidiano locale Libertà che è diretto alla grande da un giornalista di razza come Gaetano Rizzuto. Lo stesso Dragoni ricorda che, inspiegabilmente «mancano, nel processo, l’Inps e il Garante della privacy». Per Dragoni «questo è un fatto grave perché centinaia di ignari pensionati, attraverso la penetrazione illegale nel sito informatico dell’Istituto previdenziale, si sono visti trattenere, sulla loro pensione, somme non da loro autorizzate». «Certo», ammette Dragoni, «dal gennaio 2011 l’Inps, proprio a seguito di questo scandalo, ha introdotto misure più stringenti contro il ripetersi di altri episodi fraudolenti ma non è comprensibile che l’Inps, la cui immagine è stata indubbiamente danneggiata, sia assente dal processo e lasci soli i suoi utenti». Dragoni poi aggiunge: «Lo stesso dicasi per il Garante della privacy al quale è sicuramente giunta la notizia dei fatti e che avrebbe dovuto su questi, aprire un’istruttoria». «Non solo», aggiunge Dragoni « gli avvocati difensori degli ex dirigenti Spi-Cgil coinvolti in questo scandalo hanno addirittura indicato come referente per trattare il ritiro della querela a suo tempo presentata da 129 pensionati, addirittura l’organizzazione dello Spi-Cgil di Piacenza» che è quella che ha organizzato lo scippo.

A questo punto, Gianfranco Dragoni è esplicito. Dice infatti che «per ridare alla Cgil l’autorevolezza che gli compete per poter svolgere il suo lavoro, ci vuole un riconoscimento pubblico degli errori commessi. E questo atto spetta al segretario generale della Cgil, Susanna Camusso» .

 

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