Marx, Lenin e le Banche

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di Mauro Miccolis

«Fusione immediata di tutte le banche del paese in un’unica banca nazionale, posta sotto il controllo dei Soviet dei deputati operai».  Vladimir Il’ič Ul’janov (Lenin)

Poichè ogni volta che imbastisco un discorso sulla nazionalizzazione delle Banche e del denaro, molti sedicenti comunisti (Rifondaroli,SEL,etc) mi danno del fascista,del grillino, del signoraggista o del rettiliano, è bene rinfrescare un poco la memoria, pescando e componendo dalle fonti a piè pagina. Il mio lavoro in questo post è di evidenziazione di alcuni concetti che portano irrimediabilmente a rendersi conto che: il capitalismo è un sistema economico che si sviluppa in più fasi; la libera concorrenza è l’elemento essenziale del capitalismo e della produzione mercantile in generale,il monopolio è il diretto contrapposto della libera concorrenza; ma la storia ci ha reso testimoni proprio di questa trasformazione del capitalismo, da sistema con libera concorrenza a sistema monopolistico, creando la grande industria ed eliminando la piccola industria. Il sistema dei monopoli è il passaggio del capitalismo ad un ordinamento superiore nello sviluppo delle fasi del capitalismo.
L’imperialismo è lo stato monopolistico del captalismo.
L’imperialismo si contraddistingue da i seguenti cinque principale contrassegni:
  1. La concentrazione della produzione e del capitale,che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare monopoli con funzione decisiva nella vita economica.
  2. La fusione del capitale bancario con il capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo capitale finanziario, di un’oligarchia finanziaria.
  3. La grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci.
  4. Il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti che si ripartiscono il mondo
  5. La compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.
L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario,l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici.
Lenin, come si sa, ha sviluppato e arricchito grandemente la teoria marxista nel suo insieme e l’economia politica marxista in particolare. E una delle pietre angolari della scienza economica marxista-leninista è rappresentata dalla teoria dell’imperialismo, profonda ricerca scientifica della fase superiore e ultima dello sviluppo del capitalismo, la sua fase monopolistica.
Nel suo geniale lavoro “Imperialismo, fase suprema del capitalismo” Lenin si richiama al “Capitale” di Marx, in cui, con una precisa e accurata analisi teorica e storica del capitalismo, viene dimostrato che la libera concorrenza genera necessariamente la concentrazione della produzione e che quest’ultima, a un certo grado del suo sviluppo, conduce al monopolio.1
 
Sulla base dell’evoluzione delle forze produttive e dei rapporti di produzione del capitalismo, infatti, – che avviene in conformità con le leggi economiche scoperte da Marx e da Engels, – nel corso dell’ultimo terzo del XIX e agli inizi del XX secolo, nella vita della società capitalistica sorse ed ebbe gradualmente ad assumere un rilievo decisivo tutta una serie di nuovi fenomeni quali le unioni monopolistiche dei capitalisti, che ebbero subito ad occupare una posizione dominante nella vita economica dei vari paesi capitalistici. Il dominio dei monopoli, poi, coinvolse non soltanto l’industria, ma anche l’attività bancaria, con il che le banche presero a svolgere un ruolo sostanzialmente nuovo rispetto al precedente periodo premonopolistico; tant’è che, accanto ad una crescita dell’esportazione delle merci, sorse ed assunse un grande rilievo la esportazione dei capitali.
Arricchendosi sul sangue di milioni di persone, i monopoli hanno incorporato una notevole quantità di imprese costruite negli anni della guerra a spese dell’erario, vale a dire a spese delle vaste masse dei contribuenti. è noto infatti che negli Stati Uniti,durante la seconda guerra mondiale, le più grandi corporazioni del paese si sono intascate, e per niente, ben il 70% delle grandi imprese costruite con i mezzi dello Stato. Di tali concentrazioni, negli Stati Uniti, se ne contano oggi (nel 1952) 250, ed esse controllano ben i due terzi delle possibilità produttive dell’industria di lavorazione del paese. (Succede la stessa identica cosa oggi in europa con le privatizzazioni selvagge).La concentrazione dell’attività bancaria, poi, porta inevitabilmente al sorgere di giganteschi monopoli bancari, e questa conclusione di Lenin è stata del tutto confermata dall’intero corso di sviluppo dell’economia capitalistica. (Negli Usa a quota delle 20 maggiori banche è toccato nel 1900 il 15%, nel 1929 il 19%, nel 1939 il 27% e nel 1952 il 29% dei depositi presenti in tutte le banche statunitensi. In Inghilterra la somma dei bilanci delle cinque maggiori banche costituiva, nel 1900, il 28%, nel 1916 il 37%, nel 1929 il 73% e, nel 1952, il 79% dell’intera somma dei bilanci delle banche inglesi di deposito. E questo mentre in Francia, la quota di sole sei banche di deposito, nel 1952 spettò ben il 66% dei depositi di tutte le banche francesi.)
 
Il senso dell’esistenza e il fine primo dei monopoli è quello di assicurarsi il massimo e più elevato profitto monopolistico. Nell’imperialismo l’allargamento della produzione, nei settori decisivi dell’industria, richiede enormi investimenti di capitale; nella lotta di concorrenza si scontrano a morte imprese enormi, e questa lotta è legata a perdite colossali, mentre la dissipatezza del sistema capitalistico e le sue spese improduttive raggiungono proporzioni senza precedenti. In tali condizioni soltanto l’afflusso di sempre nuovi massimi profitti consente ai grandi e grandissimi monopoli di attuare, anche se più o meno regolarmente, la riproduzione allargata. I fatti degli ultimi anni indicano che i profitti dei monopoli crescono a ritmi da capogiro. E questo al punto che perfino gli apologeti borghesi sono costretti a riconoscere che il senso dell’esistenza dei monopoli risiede nel garantirsi, sempre e comunque, il massimo profitto.
Ognuno di tali monopolisti, produttori di merci rappresenta un grande e potente fattore sul mercato. Se egli decide di ridurre i prezzi, i concorrenti saranno costretti loro malgrado a seguirne l’esempio. E in seguito ogni riduzione dei prezzi al di sotto del prezzo di monopolio porterà soltanto a una diminuzione dei redditi puri di tutti. Precisamente come, quando uno dei grandi fornitori – di solito il più grande, – stabilisce dei prezzi più elevati al fine di ricavarne dei profitti più alti, gli altri ne seguono poi l’esempio e si avvalgono di questa possibilità per il comune arricchimento. In tal modo, qui la concorrenza dei prezzi quale strumento atto a ricevere ordinazioni supplementari ne risulta del tutto inutile. Per cui, in definitiva, i prezzi vengono stabiliti come se questo venisse fatto da un fornitore solo e, per di più, ad un livello che assicuri i massimi profitti per tutti i membri dell’oligopolio” .
Gli economisti e i politici borghesi decantano tanto e in coro l'”iniziativa privata” e la cosiddetta “libertà d’impresa”, e al tempo stesso sono costretti a riconoscere fatti irrefutabili che comprovano l’incontrastato dominio dei monopoli dinanzi al quale questi imperituri “beni” del capitalismo si sono ormai trasformati in una finzione. Curioso, per esempio, è il riconoscimento contenuto in una ricerca pubblicata di recente da una rivista economica americana, in cui si possono leggere le righe seguenti: “Molti americani che credono fermamente nel sistema dell’imprenditoria in condizioni di concorrenza e che mai hanno letto Marx temono ciò che egli ha predetto, e cioè che la concentrazione dell’organizzazione d’affari acceleri il disfacimento del capitalismo concorrenziale privato”. Il giogo dei monopoli urta a tal punto i vitali interessi delle vaste masse della popolazione che i lacché del capitale sono costretti a intraprendere tutti i possibili tentativi per negare, smussare o abbellire una realtà che è davvero poco o per nulla attraente: essi propongono perfino di non utilizzare termini quali “monopolio” e “oligarchia”, e di sostituirli con la più vaga espressione di “oligopolio”.
Nel 1917, ma prima dell’ottobre, in un articolo Lenin illustra la sua proposta di nazionalizzazione delle banche. Esaminare la ‘logica’ di tale proposta serve, pare a me, per comprendere la natura degli obiettivi politici, delle parole d’ordine, che Lenin
propone al proletariato ed ai suoi alleati (contadini e piccola borghesia). In primo luogo, Lenin  sottolinea che la nazionalizzazione delle banche –ovvero la loro espropriazione e unificazione in un’unica banca di Stato- consentirebbe a quest’ultimo effettivamente di regolare e controllare la vita economica, sapere esattamente quali sono le risorse del paese e come e quanti profitti vengono ottenuti.
Ottenuti da chi? E qui la parola d’ordine della nazionalizzazione delle banche comincia ad apparire tutt’affatto diversa da una proposta neutra, interclassistica. Certamente, infatti, la nazionalizzazione delle banche renderebbe più fluida la vita economica, pur non togliendo “neanche un copeco” ai capitalisti (ed in questo senso potrebbe anche non essere avversata da questi ultimi); ma appunto consentirebbe allo Stato un controllo dell’attività bancaria (anche attraverso i soviet degli impiegati e dei funzionari di Banca) e, dunque, sarebbe uno strumento essenziale per un’economia pianificata e non orientata verso il profitto individuale. La ‘logica’, dunque, di questa parola d’ordine, a tutta prima motivata da semplici motivi di efficienza, si mostra legata all’ottenimento di un altro obiettivo, ovvero, il centrale ruolo dello Stato in sede economico-sociale; se dunque la nazionalizzazione di cui parliamo sarebbe una riforma, profonda ma che non costerebbe “neanche un copeco”, avrebbe tuttavia in sé la necessità di ampliarsi, ad es. richiedendo la nazionalizzazione degli istituti assicurativi e perfino delle coalizioni ed intrecci fra grandi gruppi economici.
Dunque, nazionalizzazione delle banche come obiettivo, immediatamente accettabile anche da parte borghese (per motivi di efficienza), ma che, per sua stessa natura, ha la necessità di invadere altri campi –appunto, la nazionalizzazione degli istituti assicurativi ed il ruolo decisivo dello Stato nell’organizzazione, regolamentazione e controllo della vita economica.
Dunque la parola d’ordine leninista, per un verso corrisponde a una necessità obiettiva, ad un bisogno reale di tutti coloro che hanno a che fare con le banche (in questo senso non è una parola d’ordine immediatamente anticapitalistica), per un altro verso, si tratta di una parola d’ordine, che è sollecitata dalla sua stessa natura ad allargarsi ad altri ambiti, fino ad assumere un carattere certamente anticapitalistico.3,4
 


2.V.I. Lenin,L’Imperialismo fase suprema del capitalismo,in Opere, vol. 22,Roma, Editori Riuniti,1966, cap. VII,pp. 265-266
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