La svolta reazionaria travolge anche la Cgil

trenzi

di Dante Barintini

Renzi attacca la Cgil, e in particolare la Camusso, in risposta alle dichiarazioni che lo paragonavano alla Thatcher, rilasciate all’indomani del primo passaggio del Jobs Act all’esame della Commissione lavoro del Senato. Ma è decisamente un’altra cosa.

Il videomessaggio “dedicato” al segretario della Cgil più “disponibile” e “complice” della storia appare quasi paradossale. Ma come, Camusso non è forse colei che ha congelato da anni ogni mobilitazione? Persino di fronte al primo vero attacco all’art. 18? Non è quella che ha cercato di commissariare ogni dissenso interno? Non è quella che ha risposto con “ben tre ore di sciopero a fine turno” ai più gravi attacchi subiti dai lavoratori – e dal sindacato in generale – prima che arrivasse Renzi?

Certamente, è quel complice lì. Ma il governo attuale, nell’alveo delle indicazioni della Troika, arriva per segnare una riga definitiva rispetto al passato. Se la storia del dopoguerra è stata anche la storia della “mediazione sociale” con il movimento dei lavoratori – mediazione sempre conflittuale, certo, ma per arrivare a una mediazione legislativa, normativa, contrattuale e contrattata – Renzi è a Palazzo Chigi per cancellare quel modo di affrontare le relazioni industriali e la contrapposizione degli interessi fra le classi.

Il “nuovo modello europeo” – o il “nuovo ordine” – pone al centro dell’attenzione governativa, in ogni paese dell’Unione Europea, soltanto gli interessi dell’impresa. Di più: soltanto gli interessi delle imprese multinazionali, con qualche mediazione riservata alle piccole e medie soltanto là dove – come nei paesi Piigs (Portogallo, Italia, Spagna, Grecia, ecc) – il peso delle “big companies” è troppo limitato per poter reggere un nuovo “patto di governo”, per diventare senso comune di massa. Il legame di ferro con Berlusconi, un reietto nel resto d’Europa, si giustifica con questa necessità di “truppe”, prima di tutto.

Il videmessaggio renziano contro la Cgil marca questa rottura con il “modello concertativo”, che era l’ultima degenerazione della mediazione sociale senza più il conflitto. Il sindacato confederale italiano – Cgil, Cisl e Uil, per esser chiari – negli ultimi trenta anni ha progressivamente accettato di svolgere soltanto un ruolo di mediazione politica tra imprese, governo e lavoratori. Non ha più rappresentato gli interessi di questi ultimi per come andavano maturando e cambiando, ma si è preoccupato solo di giustificare la propria esistenza trovando la legittimazione nel riconoscimento delle controparti. Ora, a questo sacco vuoto di senso e funzione sociale, viene dato il benservito. Se la mediazione fra interessi sociali contrapposti non può avere più luogo – crisi e ristrutturazione vengono affrontati con analisi e strumenti “tecnici”, presuntamente privi di connotazioni o ricadute sociali – il sindacato non serve più. Non può avere più diritto di parola, né peso politico. In tempi di crisi, insomma, si sfoltisce anche nei ranghi della servitù…

L’attacco di Renzi si rivolge però contro la sola Cgil perché Cisl e Uil hanno già da anni completamente accettato la trasformazione in “sindacato di servizi”, ovvero in una rete di Caf, patronati, consulenze. Solo nella Cgil sopravvive la presunzione di svolgere una funzione politicamente importante, di “rappresentanza” presuntiva di soggetti sociali (non la difesa dei lavoratori, sia chiaro).

Renzi non incarna però il normale “conservatorismo” delle classi dominanti. E’ per il momento la risultante di un campo di forze di dimensioni multinazionali e di compromessi nazionali in cerca di nuova collocazione. Il suo compito strategico – così come prima per Monti e Letta, assai meno efficaci e sfrontati – è demolire la costituzione materiale e formale di questo paese, rendendolo “liquido”, flessibile, plasmabile a piacimento, massa di manovra per qualsiasi avventura.

E’ un reazionario, non un conservatore, insomma. E i reazionari veri, come i Mussolini degli anni ’20, sono killer conto terzi travestiti da “rivoluzionari”. Mussolini operava per conto degli agrari e della miserabile borghesia industriale dell’inizio ‘900; Renzi per conto del capitale multinazionale (con qualche concessione residua per gli imprenditori “sanfedisti” e pezzenti di casa nostra). Ma lastruttura retorica è identica. Presenta l’antico per moderno, l’asservimento per liberazione, l’impoverimento per progresso, la sconfitta per vittoria.

Il suo messaggio è un concentrato di luoghi comuni che ogni abitante di questo paese ha sentito ripetere da quasi trenta anni. E vale la pensa di riportarlo quasi per intero:

“Oggi la Cgil ha deciso di andare all’attacco del governo. Il segretario Camusso ha detto che il governo ha in mente Margaret Thatcher quando si parla del lavoro. Ma quando si parla del lavoro noi non siamo impegnati in uno scontro del passato, ideologico. Noi siamo preoccupati non di Margaret Thatcher, ma di Marta, 28 anni, che non ha la possibilità di avere il diritto alla maternità”, perché “in questi anni si sono fatti cittadini di serie A e di serie B”.

“Noi quando pensiamo al mondo del lavoro non pensiamo a Margaret Thatcher”, ma “a quelli a cui non ha pensato nessuno in questi anni, che vivono di co.co.pro. eco.co.co e che sono condannati a un precariato a cui il sindacato ha contribuito preoccupandosi solo dei diritti di qualcuno e non di tutti”.

“A quei sindacati che vogliono contestarci io chiedo: dove eravate in questi anni quando si è prodotta la più grande ingiustizia, tra chi il lavoro ce l’ha e chi no, tra chi ce l’ha a tempo indeterminato e chi precario” perché “si è pensato a difendere solo le battaglie ideologiche e non i problemi concreti della gente”.

Il rovesciamento è retoricamente geniale, provocatorio, infame; ma efficace. Il “doppio mercato del lavoro” creato in un ventennio – basti ricordare il “pacchetto Treu” del 1997 e la “legge 30” del 2003 – viene imputato solo alla Cgil, che certamente lo ha accettato senza muovere un muscolo o un sopracciglio. Silenzio completo, invece, non solo sull’identico o ancora più servile silenzio di Cisl e Uil, ma sull’operato dei governi precedenti al servizio di Confindustria. Chi è, insomma, che ha creato “lavoratori di serie A e di serie B”? Solo quei servi che lo hanno accettato?

C’è qualcosa di grandiosamente immondo in questo rovesciamento delle responsabilità, condito dall’utilizzo di termini quasi alla Toni Negri (garantiti/non garantiti), che chiama i “complici” sul banco degli imputati e premia i rapinatori promettendo loro un bottino ancora più grande.

Il governo si appresta certamente a cancellare la differenza tra “serie A e serie B”, ma mandando tutti in serie C… Basta dare un’occhiata anche distratta ai capitoli e alle indicazioni contenute nel Jobs Act per capire che la contrapposizione tra “garantiti” e “non garantiti” avverrà eliminando le garanzie per tutti. Per chi non ne ha cambia davvero poco… Una “equità” nella schiavitù, non certo un innalzamento degli utlimi a una condizione migliore.

La “svolta” è insomma chiarissima. Anche se ben pochi riescono fin qui ad inquadrarla, bloccati come sono nei ritmi, nei modi di pensare e nelle movenze che erano “normali” nelle fasi precedenti; tanto per i sindacati compli quanto per i “dissidenti Pd”, tanto per l’ex “sinistra radicale parlamentare” quanto per gli “antagonisti” fermi agli schemini di 40 anni fa.

La reazione avanza come lama nel burro, se non trova contrasto in una resistenza adeguata perscienza, organizzazione, dimensione di massa, determinazione, unità. Che fate, restate a guardare?