Lavaggio del cervello in libertà

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di Noam Chomsky (basato principalmente sulla discussione tenuta a Fort Collins, Colorado, il 10 aprile 1990)

un uomo: Come mai non si riesce a trovare un esempio di giornalista che USA il cervello in tutto il campo della
comunicazione?

Si può trovare, ma di solito non nella stampa ufficiale.

un uomo: Perché?

Perché se sanno pensare da uomini liberi e comprendono queste cose vengono emarginati tramite
un complicatissimo sistema di filtraggio, che inizia all’asilo nido, temo. In effetti l’intero sistema
dell’istruzione e dell’avviamento professionale è un filtro molto elaborato che estirpa quanti si
dimostrano troppo indipendenti, quanti pensano con la propria testa e non riescono a sottomettersi,
perché non servono alle istituzioni. Sarebbe assai poco funzionale avere nei media gente che può
porre domande del genere. Perciò, quando sei diventato caposervizio o caporedattore oppure ti sei
fatto una posizione alla CBS o cose del genere, è molto probabile che l’indottrinamento ti sia entrato
nel midollo; hai interiorizzato che certe cose non si possono dire, anzi, nemmeno le pensi.
Questo meccanismo venne analizzato anni fa in un interessante saggio di George Orwell, che era poi
l’introduzione alla Fattoria degli animali. Il libro è una satira del totalitarismo sovietico, questo è
risaputo, un testo celeberrimo che tutti leggono. Ma di solito la gente non legge l’introduzione, e
questo la dice lunga sulla censura in Inghilterra. La gente non la legge soprattutto perché è stata
elegantemente censurata, non viene mai stampata assieme al libro. L’hanno riscoperta circa
trent’anni dopo e qualcuno l’ha pubblicata, e adesso compare in qualche edizione recente.
Comunque in questo saggio Orwell diceva: attenti, questo romanzo parla chiaramente della Russia
stalinista, però in Inghilterra non è molto diverso. Quindi passava a descrivere come andavano le
cose in Inghilterra, aggiungendo: qui non abbiamo commissari politici che ti bastonano se dici la cosa
sbagliata, però i risultati non sono molto diversi. Seguiva una succinta descrizione di come
funzionava la stampa in Inghilterra, una descrizione molto acuta. Secondo lui i risultati erano tanto
simili perché erano i ricchi a possedere i giornali, e a loro interessa che non si dicano certe cose.
Un’altra ragione, secondo lui altrettanto pertinente, era che in Inghilterra una persona con una buona
istruzione – che aveva frequentato un buon college, e poi Oxford, e poi era diventata un pezzo grosso
-aveva ormai imparato che non bisognava dire certe cose.14
In effetti un aspetto importante dell’istruzione consiste in questa interiorizzazione del fatto che ci sono
cose che non bisogna dire o pensare. Se non lo impari, prima o poi sarai emarginato dalle istituzioni.
Bene, questi sono due fattori molto importanti, e ce ne sono altri, che spiegano alla perfezione
l’uniformità ideologica della nostra cultura intellettuale.15
Ovviamente la cosa non è così assoluta; dal filtro passerà anche qualche individuo che si comporta in
maniera diversa. Come dicevo prima, quando tutti eravamo «uniti nella gioia» sono riuscito a trovare
negli Stati Uniti due persone che non erano affatto «unite nella gioia» e che lo avevano detto sulla
stampa ufficiale. Però, se il sistema funziona alla perfezione, non farà cose che lo compromettano. In
pratica è un po’ come chiedere: «Come mai la Pravda sotto Stalin non aveva giornalisti che
denunciassero i gulag?». Perché? Be’, sarebbe stato scomodo per il sistema. Credo che i giornalisti
della Pravda non stessero mentendo… certo, era un sistema diverso, là usavano le minacce o la
forza fisica per mettere a tacere i dissidenti, mentre qui non sono molto usate. Ma persino in Unione
Sovietica è probabile che se ci fossimo presi la briga di indagare avremmo scoperto che quasi tutti i
giornalisti credevano sul serio a quello che scrivevano. E questo perché quanti non credevano a quel
genere di cose non sarebbero mai arrivati alla Pravda. È difficilissimo convivere con una dissonanza
cognitiva: soltanto un cinico incallito può credere una cosa e scriverne un’altra. Quindi, che si tratti di
un sistema totalitario o libero, la gente più utile al potere è quella che crede sul serio a quel che
afferma, ed è quella che in genere fa carriera.
Prendiamo Tom Wicker del New York Times: se gli parlate di questa faccenda va su tutte le furie e
dice che a lui nessuno ordina cosa scrivere. Ed è assolutamente vero, nessuno gli dice cosa scrivere,
ma se non sapesse già cosa scrivere non farebbe l’editorialista del New York Times. Così come
nessuno dice ad Alex Cockburn cosa scrivere, e per questo non è editorialista del New York Times,
visto che la pensa diversamente. Se la pensi in modo poco corretto non entri a far parte del sistema.
E interessante che il Wall Street Journal lasci aperto lo spiraglio di Alex Cockburn. Insomma, è uno
spiraglio talmente piccolo che non varrebbe nemmeno la pena di starne a discutere, però succede:
una volta al mese, un grande giornale degli Stati Uniti permette a un vero dissidente di scrivere
editoriali liberi. Questo significa che, diciamo, lo 0,0001 percento di quanto viene pubblicato è libero e
indipendente. E succede sul Wall Street Journal, che può permettersi queste libertà: per i suoi lettori il
New York Times è un giornale comunista, e quindi Cockburn è soltanto un tizio ancor più comunista.
Il risultato è un efficacissimo sistema di controllo ideologico, molto più efficace di quanto sia mai stato
il totalitarismo sovietico. Infatti, se consideriamo l’intero panorama dei media cui aveva accesso la
popolazione sovietica, troviamo molto più dissenso da loro negli anni ottanta che da noi, espresso
apertamente, e in realtà la gente leggeva una stampa più variegata, ascoltava le trasmissioni
straniere, cosa abbastanza inaudita negli USA.16 Tanto per fare un altro esempio, durante l’invasione
sovietica in Afghanistan un annunciatore [Vladimir Dancev] trasmise alla radio di Mosca per cinque
sere consecutive, nel 1983, denunciando l’invasione russa (la chiamò proprio così, “invasione”) e
invitando gli afghani a resistere, prima che la trasmissione fosse sospesa.17 Negli Stati Uniti è
impensabile. Ve lo immaginate Dan Rather o un altro che denuncia alla radio l’ “invasione”
statunitense del Vietnam del Sud e invita i vietnamiti alla resistenza? Inconcepibile. Gli Stati Uniti non
possono avere tanta libertà di pensiero.
UN uomo: Be’, non so proprio se sarebbe “libertà di pensiero” se un giornalista lo dicesse.
Invece sì. È libertà di pensiero quando un giornalista può capire che due più due fa quattro, come
scriveva Orwell in 1984. Da noi tutti quanti lodano quel romanzo ma nessuno è disposto a riflettere
sul suo significato. Winston Smith [il protagonista] ci dice che se possiamo ancora capire che due più
due fa quattro allora non ci hanno tolto tutto. Be’, negli Stati Uniti la gente non capisce nemmeno che
due più due fa quattro.
un uomo: Un opinionista potrebbe dirlo anche se un cronista non può?
L’avete visto succedere spesso negli ultimi trent’anni?
un uomo: Non saprei.
Be’, posso confermarle che non è successo. E ho controllato.18
UNA DONNA: Lei offre un quadro molto uniforme, come se in tutti i mezzi di comunicazione del paese ci
fossero solo due persone che non sono disoneste o che non servono ciecamente il potere.
Non è quel che sto sostenendo: è ovvio che in ogni struttura complessa ci sarà un discreto numero di
persone che cercano di svolgere con integrità il loro lavoro, lo fanno bene e non si limitano a servire il
potere. Non sono sistemi totalmente monolitici, in fondo. Tante persone iniziano a fare i giornalisti
impegnandosi a mantenere la propria integrità professionale, gli piace quel lavoro e vogliono essere
onesti. E alcuni se la cavano in maniera ammirevole, perfino lavorando per testate come il New York
Times.
Secondo me, si può capire quando i capiservizio del New York Times vogliono che una vicenda sia
coperta in modo accurato solo guardando chi mandano sul posto. Per esempio, quando mandano
John Kifner significa che vogliono che si racconti tutto, perché è un giornalista onesto e non
nasconderà niente. Non lo conosco di persona, ma da quello che scrive si capisce che è un
professionista integro che scava nelle vicende, che scopre la verità: e la scrive, e i suoi capi lo sanno.
Non so nulla sul modo in cui assegnano gli incarichi al Times, ma scommetterei che quando c’è una
vicenda su cui i responsabili della redazione vogliono sia fatta chiarezza, allora mandano Kifner, e
alla fine del lavoro probabilmente lo rispediscono a occuparsi di cronaca cittadina o quel che è.
D’altro canto, quasi tutti quelli che al Times riescono a diventare corrispondenti o caporedattori o
simili tendono a essere molto obbedienti o molto cinici. Gli obbedienti si sono adattati, hanno
interiorizzato i valori e credono a quel che dicono, altrimenti non sarebbero arrivati tanto in alto. Ma ci
sono anche i cinici puri e semplici. James LeMoyne del Times ne è un perfetto esempio: è un
lestofante, uno dei giornalisti più disonesti che abbia mai visto. Anzi, la disonestà dei suoi articoli è
talmente smaccata che nel suo caso non può trattarsi solo di indottrinamento. Infatti il suo incarico di
corrispondente in America centrale è finito con un tale discredito che il Times ha dovuto pubblicare
una mezza ammissione. L’avete letta?
Nel 1988 LeMoyne scrisse un articolo su due persone nel Salvador che affermavano di essere state
torturate dai guerriglieri di sinistra che volevano sabotare le elezioni, un pezzo che faceva parte del
grosso sforzo della stampa americana per garantire l’appoggio al regime fantoccio degli Stati Uniti
nonostante le sue atrocità.19 Bene, un giornalista indipendente impegnato in quei paesi, Chris Norton,
rimase stupito nel leggere l’articolo di LeMoyne perché le atrocità descritte dovevano essere
successe in una regione del Salvador in cui i giornalisti non potevano entrare, essendo posta sotto il
controllo militare. Norton voleva capire come aveva fatto LeMoyne a sapere dei torturati, perciò cercò
di avvicinarsi il più possibile a quella regione e parlò con il sindaco, con il prete, con la gente della
comunità, scoprendo che una delle presunte vittime non esisteva, mentre l’altra stava benone. Allora
tornò a San Salvador per fare altre verifiche, e scoprì che LeMoyne aveva ricavato la storia da un
quotidiano locale, dove era attribuita a un ufficiale dell’esercito. Era solo mera disinformazione
dell’esercito, ma l’aveva riferita sul New York Times come se ne fosse venuto a conoscenza
direttamente. A quel punto il dipartimento di Stato l’aveva ripresa dal New York Times e l’aveva
segnalata al Congresso per dimostrare che la guerriglia salvadoregna stava sabotando le elezioni.
Norton scoprì l’inghippo, quindi un altro giornalista indipendente, Mark Cooper, riprese l’articolo di
Norton e pubblicò qualcosa su L.A. Weekly, un settimanale alternativo di Los Angeles. Poi l’articolo
uscì su Extra!, il giornale di Fairness and Accuracy In Reporting (fair), un eccellente gruppo
newyorchese di analisi dei media. Ancora nessuna reazione del Times. Alla fine Alex Cockburn
venne a sapere della faccenda e la citò nella sua rubrica su The Nation.20 A quel punto la voce aveva
girato abbastanza e il Times pensò che doveva reagire in qualche maniera, perciò pubblicò una
rettifica, credo la più prolissa che abbiano mai fatto uscire, lunga parecchi capoversi, in cui diceva
che i loro parametri di solito elevati non erano stati rispettati in questo caso, qualcosa del genere.21
Be’, questo è un caso limite, ma non è affatto l’unico. Anzi, permettetemi di citarne un altro, ancora
più importante, in cui LeMoyne ha davvero fatto vedere di che cosa è capace.