Il vero Mercato

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di Noam Chomsky (basato principalmente su dibattiti tenuti a Woods Hole e Rowe, Massachusetts, nel 1989,1993 e 1994)

Prendiamo in considerazione una cosa che un economista dentro le istituzioni non direbbe mai,anche se la sa benissimo, ovvero che la storia non ha registrato un solo caso di un paese che si sia sviluppato con successo tenendo fede ai princìpi del “libero mercato”. Nemmeno uno. E sicuramente non gli Stati Uniti, che da sempre hanno goduto di un massiccio intervento statale nell’economia: oggi esporteremmo pellami se avessimo seguito i princìpi del vantaggio comparativo. La rivoluzione industriale è decollata in posti come Lowell e Lawrence grazie alle tariffe fortemente protezionistiche istituite dal governo statunitense per mettere fuori gioco i prodotti inglesi. E lo stesso succede oggi. Non avremmo un’industria che produce con successo alte tecnologie se non avessimo enormi sussidi pubblici all’industria più avanzata, soprattutto tramite il Pentagono e la NASA. E ciò non ha nulla a che fare, neppure vagamente, con il “libero mercato”. Per farsene un’idea più chiara, basta leggere il New York Times di oggi. C’è un articolo nelle pagine economiche che parla di una ripresa economica del paese davvero stravagante: c’è infatti una notevole crescita economica ma non ci sono nuovi posti di lavoro. Che sorpresa! L’autore prende come esempio una fabbrica della Whirlpool a Tulsa e nell’ultimo paragrafo ci fa capire come funziona davvero il “libero mercato”. La ragione per cui la Whirlpool ha scelto di impiantare la fabbrica a Tulsa invece che, per esempio, in Messico, è che lì i contribuenti finanzieranno il 25 percento degli investimenti dell’impresa. Ecco come funziona il “libero mercato”, e come ha sempre funzionato in realtà, senza eccezioni, dagli albori della rivoluzione industriale ai giorni nostri.
È un fatto che gli Stati Uniti sono stati, nella storia, il paese più protezionistico. Abbiamo tradizionalmente le più alte tariffe protezionistiche del mondo, tanto che un eminente storico dell’economia ci ha descritti recentemente in un libro, pubblicato niente meno che dalla University of Chicago Press, come «la madrepatria e il bastione del protezionismo moderno». Verso la fine dell’Ottocento, quando l’Europa stava ancora baloccandosi con quel che restava del “laissez faire”, le tariffe americane erano da cinque a dieci volte più alte delle sue. E quello fu per gli Stati Uniti il periodo di più rapida crescita economica della storia. E si è andati avanti così fino a oggi. Se cento anni fa gli Stati Uniti sono riusciti a sviluppare l’industria dell’acciaio è stato perché hanno violato le regole del “libero mercato”, e se un decennio fa l’industria dell’acciaio si è ripresa è stato grazie alle restrizioni all’importazione, alla distruzione del sindacato per abbassare i salari, alle tariffe imposte sull’acciaio proveniente dall’estero.  I reaganiani parlavano con entusiasmo delle “dinamiche del mercato”, ma poi non le hanno certo lasciate libere di agire,perché se lo avessero fatto in breve tempo gli Stati Uniti non avrebbero più avuto un’industria dell’auto, né una dei microchip o dei computer, perché sarebbero stati spazzati via dai giapponesi. Invece i reaganiani hanno chiuso il mercato americano e vi hanno profuso larghe somme dì denaro pubblico. Quando nel 1987 era ministro del Tesoro, James Baker proclamò con orgoglio che Ronald Reagan «ha protetto l’industria statunitense dalle importazioni più di qualsiasi suo predecessore negli ultimi cinquant’anni». Ma è stato fin troppo modesto, perché Reagan ha protetto l’industria
statunitense più di tutti i suoi predecessori messi insieme.Certo, l’ideologia del “libero mercato” è molto utile: da noi è un’arma puntata su tutta la popolazione,perché è un argomento contro la spesa sociale, ed è un’arma contro la povera gente all’estero,
perché la si può brandire contro di loro e dire: «Ragazzi, adesso dovete seguire queste regole», poi tirar dritto e derubarli. Ma nessuno ne ha mai tenuto conto quando si tratta di definire le strategie.Una ricerca inglese sulle cento principali imprese multinazionali ha rivelato che ognuna di queste ha beneficiato di quella che si chiama “politica industriale dello stato”, ovvero interventi governativi nel paese di appartenenza. E almeno venti di queste sono state salvate dal collasso totale grazie
all’intervento dello stato. Per esempio, all’inizio degli anni settanta la Lockheed stava andando a fondo e l’amministrazione Nixon l’ha salvata con i fondi pubblici. Così la Lockheed è ritornata a galla, e ci sta tuttora perché il denaro pubblico paga gli aerei militari C-130, il perfezionamento degli F-16, il progetto F-22 e tante altre cose: niente che abbia a che fare con il “libero mercato”.Prendiamo il fatto che un sacco di gente vive nei sobborghi e tutti i giorni passa ore al volante della propria auto: ha forse a che fare con il “libero mercato”? No, succede perché negli anni cinquanta il governo americano ha distrutto il sistema dei trasporti pubblici per favorire l’espansione di un sistema di trasporti altamente inefficiente basato sulle automobili e sugli aerei. E questo solo per fare gli interessi della grande industria. È cominciato con un accordo tra le aziende che hanno rilevato e distrutto le linee tramviarie; poi hanno costruito con i soldi pubblici un sistema di grandi strade, incoraggiando così un’alternativa completamente inefficiente e pericolosa per l’ambiente. Questo ha fatto degli Stati Uniti un paese di sobborghi, così oggi abbiamo enormi centri commerciali nelle periferie e il degrado nei centri cittadini. Ma queste politiche sono state pianificate e non hanno niente a che fare con il “libero mercato”. L’esempio più eclatante che mi viene in mente di queste “distorsioni del mercato”, che sospetto non sia mai stato affrontato in nessun corso di economia, riguarda il motivo per cui ha preso avvio la rivoluzione industriale negli Stati Uniti. Ricordiamo che la rivoluzione è cominciata nel settore tessile, principalmente nella produzione di cotone, anche perché il cotone costava poco. Ma perché costava poco? Forse a causa delle “dinamiche del mercato”? Certamente no. Il cotone era a buon mercato perché era stata sterminata la popolazione indigena ed erano stati introdotti gli schiavi. Genocidio e schiavitù: si può immaginare una “distorsione del mercato” più violenta di questa? Anche altri paesi che avevano tra le loro risorse il cotone provarono ad avviare la loro rivoluzione industriale, ma non andarono lontano perché l’Inghilterra aveva le armi e li bloccò con la forza.
L’Egitto, per esempio, aveva il cotone e aveva avviato la propria rivoluzione industriale intorno al 1820, circa all’epoca in cui l’avevano iniziata gli Stati Uniti. Ma la Gran Bretagna non tollerava concorrenti nel Mediterraneo orientale, così lo fermò con la forza. E quindi niente rivoluzione industriale in Egitto. In India, nel Bengala, successe la stessa cosa. Il Bengala è stato uno dei primi territori colonizzati dalla Gran Bretagna nel XVIII secolo, descritto dal colonizzatore Robert Clive come un vero paradiso.
Dacca, diceva, è come Londra, e infatti era chiamata “la Manchester dell’India”. Era ricca e popolosa, aveva cotone di alta qualità, agricoltura, industria avanzata e molte altre risorse. Il livello produttivo era paragonabile a quello inglese; sembrava proprio avviata verso un grande sviluppo. Guardiamo cosa è Dacca oggi: “la Manchester dell’India” è la capitale del Bangladesh, il simbolo del disastro totale. E questo perché gli inglesi hanno depredato e distrutto quel paese, esattamente come fanno oggi le “riforme strutturali” [le politiche della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale
che espongono il Terzo mondo alla penetrazione e al controllo stranieri].
L’India era nei fatti un vero concorrente della Gran Bretagna. Nel decennio che va dal 1820 al 1830, gli inglesi impararono dagli indiani tecniche avanzate per produrre acciaio e, all’epoca delle guerre napoleoniche, in India si costruivano navi per la flotta inglese. Gli indiani avevano un’industria tessile ben avviata e producevano più ferro di tutta l’Europa messa insieme. Ma gli inglesi deindustrializzarono il paese con la forza e lo ridussero a una povera società rurale. Era quella la competizione nel “libero mercato”? Ma ce n’è ancora. Nel 1845, gli Stati Uniti hanno annesso il Texas, e una della ragioni principali era
che volevano assicurarsi il monopolio del cotone, il petrolio del xix secolo, che era il vero combustibile dell’economia industriale. Per questo motivo la leadership americana pensò che annettendo il Texas,che era il maggior produttore di cotone della zona, sarebbe stato possibile strangolare economicamente la Gran Bretagna, che all’epoca era considerata il peggior nemico. Gli americani odiavano gli inglesi: erano più potenti militarmente e avevano impedito agli Stati Uniti di conquistare il
Canada e di impadronirsi di Cuba. Il solo motivo, infatti, per cui i coloni americani erano riusciti a sconfiggere l’Inghilterra durante la rivoluzione americana era stato il massiccio intervento dell’esercito francese che voleva rovesciare il dominio inglese.48 L’Inghilterra era dunque il vero nemico. Come dicevano i jacksoniani democratici, i presidenti Polk, Tyler e altri, se prendiamo il Texas mettiamo sotto i piedi l’Inghilterra e il commercio mondiale sarà nostro. Le accuse peggiori e più paranoiche che sono state mosse a Saddam Hussein prima della guerra del Golfo descrivono esattamente il
pensiero dei democratici jacksoniani: volevano monopolizzare le risorse del mondo e mettere tutti ai
piedi degli Stati Uniti. La lezione viene seguita ancora oggi. Il petrolio è il centro dell’economia industriale. E perché il
petrolio costa poco? È per questo che paghiamo le tasse: il sistema del Pentagono ha tra i suoi scopi
quello di garantire che il prezzo del petrolio si mantenga in un campo di variazione stabilito, non troppo basso poiché l’economia occidentale e le società petrolifere dipendono dai profitti derivanti dal petrolio, ma nemmeno troppo alto per evitare aumenti dei costi dei trasporti che interferirebbero con l'”efficienza” del commercio internazionale. Il commercio è “efficiente” solo perché il prezzo del petrolio viene mantenuto basso con la forza e la violenza. Quindi se si vuole davvero misurare l'”efficienza del commercio” bisogna tener conto di quanto costa mantenerlo efficiente, guardando per esempio
quanto spende il Pentagono. Se qualcuno si prendesse il disturbo di calcolare queste spese,l’efficienza del commercio scenderebbe a livelli bassissimi; di fatto si tratta di totale inefficienza.
Queste distorsioni del mercato non sono dettagli, ma fenomeni macroscopici. Nessuno prova a farne una stima, perché l’economia non è un campo serio, ma chi opera nel mondo degli affari le conosce talmente bene da chiedere allo stato di essere protetto dalla disciplina del mercato, che è da scongiurare almeno quanto il controllo democratico. E questo vale per qualsiasi aspetto delle economie sviluppate del mondo.