PinkWashing

pinkwashing

di Premio Goebbels per la disinformazione

Si chiama “Pinkwashing”. È un neologismo che nasce dalle parole “pink” (rosa) e “whitewashing” (camuffare, distogliere) e descrive il tentativo di alcuni governi di enfatizzare le proprie presunte aperture verso alcuni diritti più formali che sostanziali per le persone Lgbtq, per distogliere l’attenzione del mondo da altre politiche considerate estremamente negative.

Adesso la Casa Bianca si colora di arcobaleno e si spaccia per “gay-friendly” (nonostante ancora in ben 12 stati federali esistano leggi omofobe, non applicate ma mai cancellate, che prevedono anche più di dieci anni di carcere e lavori forzati per chi pratica “rapporti sessuali non tradizionali”). E tutti i media asserviti e le associazioni “per i diritti umani” sulla busta paga dell’imperialismo e di Soros ad applaudire. Poco importa, poi, se ad usufruire dell’opportunità di celebrare il matrimonio sarà una piccola parte della stessa comunità omosessuale, quella che può permetterselo – i manager, i banchieri, i “lupi di Wall Street”, i professionisti – mentre per i lavoratori, i precari, i disoccupati gay e lesbiche degli Usa cambierà ben poco. E i loro problemi continueranno ad essere gli stessi che colpiscono gli eterosessuali che vivono nelle medesime condizioni sociali: negazione del diritto alla casa, alla sanità ed all’istruzione pubbliche, mortificazione dei diritti sindacali e repressione del dissenso.

Mentre lo Zio Sam sfila al Pride, la polizia degli Stati Uniti continua ad uccidere nelle strade tre persone al giorno, perlopiù afroamericane ed ispaniche, e ad arrestare brutalmente adolescenti troppo rumorosi e lavoratori in sciopero; i crimini razzisti continuano a crescere e sfociano spesso in massacri, in un paese dove le armi da guerra vengono vendute nei supermercati accanto alla frutta ed i cibi surgelati; in numerosi stati federali si pratica senza tregua la pena di morte, anche a persone con disabilità mentali.

Perfino l’esercito Usa ora è molto più “friendly” (vengono enfatizzate le foto di soldati e soldatesse gay e lesbiche che si baciano in divisa con i rispettivi partners al ritorno dalle missioni), ma i suoi stivali continuano a marciare su territori stranieri occupati militarmente, le sue armi uccidono donne e bambini e finiscono in mano a neonazisti e terroristi jihadisti (quelli che sgozzano gli omosessuali) e la sua strategia ci sta allegramente portando – magari con un sottofondo di musica rave ballata da parrucche colorate – verso il baratro della Terza Guerra mondiale.